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Culture
Vittorio Emanuele, "rendere omaggio ai Savoia. Da De Gasperi colpo di Stato"

Sine ira et studio. È la massima, il motto cui è necessario attenersi, sempre, in ogni occasione dell’umana esistenza, per valutare i fatti con il dovuto equilibrio e risolvere i problemi con serenità e correttezza.

            Per il rientro in Italia delle spoglie dei Reali Savoia ciò che è assolutamente mancato, tanto da creare una indecorosa canea politico-ideologica, è stato l’equilibrio dell’animo nei confronti dei Morti, che non doveva affatto verificarsi solo se fossero stati brevemente presi in considerazione alcuni elementi, essenziali, per comprendere appieno quali siano in realtà i termini caratterizzanti un determinato episodio, un preciso avvenimento.

            Un formicaio di tapini, sempre guidati dalla più becera e stolida ideologia si è esibito nella sua solita sarabanda eccitato nei propri disumani istinti facendo a gara nell’esibizione indegna e nell’ostentazione del proprio risentimento democratico e repubblicano. Come sempre, sul proscenio, da prima della classe, con urticante tempestività, da consumata mestierante della persecuzione, ha comunicato al mondo la sua “profonda inquietudine”, la presidente di una sparuta minoranza del popolo italiano, quella degli ebrei, che ha fatto, sul piano etico e dell’immagine, dello status di remoti perseguitati razziali una vantaggiosa militanza religiosa e politica.

            Che dire poi dei tanti altri che hanno fatto sentire i loro interminabili, lagnosi borborigmi sul volo di Stato e sul valore simbolico che esso ha sotteso e, infine, sul costo economico e finanziario che si è dovuto sopportare per il trasferimento delle spoglie del sovrano da Alessandria d’Egitto, dove erano tumulate ormai da settant’anni, fino all’aeroporto di Cuneo, per essere quindi traslate nel santuario di Vicoforte di Mondovì, dove riposeranno nella cappella di San Bernardo insieme con quelle della adorata consorte, la regina Elena Petrovic Niegoch del Montenegro (1873 – 1952).

            Dimenticano, volutamente, tutti costoro, che Vittorio Emanuele III di Savoia (1900 – 1946) è stato sovrano d’Italia per lunghi anni e, contemporaneamente, capo di tutte le Forze Armate del Regno. In tale qualità aveva ogni diritto di ottenere il trattamento che gli è stato riservato. Ma poi, perché non ricordare, tra i tanti, il gesto da lui compiuto con estrema liberalità nei confronti del Popolo Italiano? Il lascito della collezione numismatica composta di pezzi unici al mondo, che fanno della “Raccolta” dei Savoia, ora conservata nel prestigioso complesso museale del “Vittoriano”, a Roma, un insieme di altissima valenza non semplicemente dal punto di vista numismatico, ma, in special modo, storico, sociale e, altresì, di costume, che cancella e “copre” ogni onere economico, ogni esposizione finanziaria sopportata dallo Stato.

            Perché non iscriverlo a merito del Re?

            Perché non ricordare tutto ciò? Se si deve fare un computo “della serva” di ogni spesa; se si ritiene necessario redigere un bilancio ragionieristico del dare e dell’avere, delle entrate e delle uscite, bisogna valutare appieno tutto quanto la famiglia Savoia ha dato all’Italia e tutto quello che l’Italia deve ai Savoia.

            Alcuni Italiani spesso amano parlare a vanvera, tanto, e soltanto, per spirito di esibizione e ignorano volutamente i termini precisi delle questioni di cui si discute anche perché è sempre facile accanirsi contro i morti e su quelli che, verghianamente, possono venire definiti i vinti; vinti della vita e di ogni facies storica e sociale.

            Non si può e non si deve ragionare in tali termini quando orde di migranti, ufficialmente clandestini, vìolano ogni giorno, a migliaia, i confini della Patria e vengono accolti, umanitariamente, con tutti i riguardi e viene prestato loro ogni forma di assistenza, spesso trascurando le necessità cogenti degli Italiani poveri che, per dignità personale e di famiglia, non rivendicano nulla e non ostentano né miseria, né tanto meno povertà.

            In Italia il furore ideologico, le divisioni partitiche, sin dal medioevo dei comuni, obnubilano continuamente il cervello di chi, per tornaconto personale, si mostra alla ribalta della scena politica e, pur di apparire, calpesta i morti ed offusca le vere passioni del cuore e le nude ragioni della mente e del pensiero. È da oltre un settantennio che si va avanti in tal modo; con una maniera di fare insulsa e “drogata”. È giunta l’ora di smetterla. Definitivamente! La storia d’Italia è questa! È la nostra cifra, la nostra storia, nel bene e nel male; e con essa ci si deve sempre misurare: onnicomprensivamente.

            Il resto risulta permeato soltanto di chiacchiere deleterie dei malparlieri che avvelenano l’esistenza e portano ad uno sterile risultato. Con tutto quello che di stucchevole, di negativo trascina con sé. FERT è, ab immemorabili, il motto di Casa Savoia. Di esso, del significato che sottende, si forniscono diverse interpretazioni semantiche, tutte accettabili sul piano filologico, ma, particolarmente, storico; della questione in specie, pare sia più consono declinarlo in Foedere et Religione Tenemur nei confronti dell’Italia e degli Italiani, sin da quando, il 17 di marzo del 1861,  venne proclamato il Regno d’Italia nel Parlamento Subalpino, a Palazzo Carignano, fino al trasferimento a Brindisi, città e territorio dello Stato italiano al pari della capitale Roma, alla stregua stessa del più sperduto lembo, della più periferica plaga della Penisola.

            Nella città di Brindisi, dove Vittorio Emanuele, con il principe ereditario Umberto, assicurò la continuità istituzionale dello Stato che il tremebondo maresciallo Badoglio aveva determinato di sfasciare, sin dal tempo di Caporetto, durante le alterne vicende del cosiddetto Primo Conflitto Mondiale, l’Italia statuale continuò ad esistere pur nella tragedia che aveva aggredito l’intero Stato nazionale e i suoi rappresentanti.

            La storia, in questo specifico caso, non può essere contessuta solo da riprovevoli interessi di parte. Si cade, in tal modo, nella  miseria mentale ed etica: elemento, esso, che rovina i popoli condannandoli all’arretratezza della loro vita quotidiana e privandoli delle forze giovani e del futuro.

            È necessario pertanto smetterla di traccheggiare e di affrontare la vita con una sana risolutezza d’animo.

            L’attuale vicenda di Casa Savoia deve rappresentare, per tutti, il giro di boa della vita nazionale; la vicenda dirimente per affrancarsi da un passato permeato di aspre divisioni per offrire ai giovani che si avviano ad imboccare l’itinerario della vita in un mondo privo di astio ed ideologicamente diviso.

            Solo così si potrà salvare tutto ciò che i nostri padri hanno costruito per ciascuno di noi. Insomma, per tutti.

            Qualche fantasioso giornalista, in vena di facezie, ha voluto, per creare sensazione, confezionare uno scoop proponendo di far riposare nella Chiesa Palatina del Pàntheon la salma di Alcide De Gasperi (1881 – 1954), invece di quella di Vittorio Emanuele III, come la Famiglia Savoia ha sempre chiesto che avvenga. Qualche avventuroso si è pedissequamente adeguato nel sostenere la proposta. Non si può affatto avallare tale progetto per una serie di motivi che possono, tutti insieme, essere rappresi nel fatto che De Gasperi, nel drammatico e contestato passaggio dalla forma istituzionale monarchica a quella repubblicana, si sia reso responsabile di un vero colpo di Stato, perpetrato nel giugno del 1946, dopo il referendum del giorno 2 dello stesso mese: “La sera dell’11 giugno 1946 il presidente del consiglio De Gasperi chiama dal Viminale al telefono del Quirinale il ministro della Real Casa, Falcone Lucifero. Ezio Saini così descrive la scena: Fu una telefonata di un’ora e un quarto. De Gasperi parlava circondato dai suoi minacciosi collaboratori… il tono era, contrariamente al solito, perentorio, provocante; quell’uomo, ammantato di pelle di agnello, voleva apparire energico di fronte ai suoi… In questa agitata atmosfera, il consiglio dei ministri… stabilisce illegalmente… che i poteri del Re erano ormai passati al presidente del consiglio Alcide De Gasperi, quale capo provvisorio dello Stato” (G. Orecchia, Vita di Umberto di Savoia, l’ultimo Re d’Italia, Sesto San Giovanni 2001, pp. 172 -173).

            È a costui, a De Gasperi, che si vorrebbe riservare il privilegio della tumulazione nel Pàntheon. È questo personaggio, quanto meno infido, prevaricatore, che la Chiesa, con un processo canonico, non so quanto condivisibile, peregrino, vuole indicare quale “eroico” interprete e testimone delle virtù e degli ideali cristiani. Un individuo di tal fatta protagonista di un’azione tanto riprovevole sia sul piano giuridico che su quello morale, non merita privilegio, considerazione alcuna: né umana né, tanto meno, storica!

            Le proposte estemporanee, in specie di una valenza così grave, devono essere rigettate e, semplicemente, buttate nel cestino delle male azioni e dei cattivi pensieri. Non altro! Perché in tal modo si realizza un vulnus non soltanto alla storia, ma, altresì, al buon senso ed all’intelligenza degli Italiani, trattati, soprattutto nelle contingenze degli ultimi anni, velut pecoris. Ora, però, è il momento in cui tutto possa finalmente bastare. Per sempre!

 

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