Roma, 25 marzo 2026 – La rivista Haematologica ha pubblicato i risultati di uno studio multicentrico italiano, condotto in bambini e ragazzi con tumori ematologici. Lo studio prevedeva che, in concomitanza all’inizio della chemioterapia di induzione, un gruppo di bambini venisse trattato con lattoferrina bovina per via orale e un altro gruppo con un placebo. I due prodotti erano preparati allo stesso modo, garantendo che né il personale né i pazienti potessero conoscere la natura del trattamento. “Questo lavoro è il primo studio randomizzato in doppio cieco, quindi il massimo livello di evidenza scientifica, che ha valutato l’impatto della lattoferrina bovina sul microbiota intestinale e sulla neutropenia in un contesto clinico estremamente complesso. I risultati sono stati davvero significativi dal punto di vista clinico” afferma la dottoressa Nunzia Decembrino, coordinatrice nazionale dello Studio, promosso insieme al Prof. Marco Zecca, primario dell’Oncoematologia pediatrica dell’IRCCS San Matteo di Pavia, e attualmente Dirigente medico presso l’Unità operativa complessa di Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario di Catania.
“Si tratta di uno studio pilota – aggiunge – e serviranno ulteriori ricerche su una casistica maggiore di casi per convalidare il dato, ma se si confermasse questo risultato potremmo dire di avere trovato una terapia di supporto sicura, altamente tollerata, che può contribuire a ridurre il consumo di antibiotici e una complicanza potenzialmente severa quale la neutropenia febbrile. Vale quindi sicuramente la pena di continuare a studiare questa molecola e le sue potenzialità di applicazione”.
Dott.ssa Decembrino come è nato questo progetto di studio?
“Con i colleghi del Gruppo di lavoro di Terapia di Supporto dell’Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica (AIEOP), coordinato dal Prof. Simone Cesaro (Policlinico di Verona), abbiamo proposto lo studio ai centri italiani di Oncoematologia pediatrica aderenti all’AIEOP e nove di questi hanno aderito al protocollo indipendente, approvato dal Comitato Etico della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia. Si tratta del primo studio multicentrico, randomizzato in doppio cieco, placebo versus controllo, che ha utilizzato la lattoferrina in questo ambito di pazienti. Siamo partiti dai solidi dati neonatali che hanno dimostrato l’efficacia della lattoferrina nel prevenire le sepsi batteriche e fungine nel neonato prematuro. Poiché i prematuri hanno molto in comune con i bambini sottoposti a chemioterapia – bassissime difese immunitarie, alterazione della mucosa gastrointestinale e predisposizione al passaggio dei patogeni dall’intestino al sangue – abbiamo supposto che fosse plausibile che, promuovendo il mantenimento dell’omeostasi del microbiota intestinale in corso di terapia antitumorale, si potesse prevenire lo sviluppo di neutropenia febbrile e infezioni a partenza dal tratto gastrointestinale”.
Ci potrebbe spiegare meglio di che complicanze si tratta e che impatto hanno sul microbiota intestinale?
“I bambini con leucemia hanno, all’esordio di malattia, una grave disbiosi intestinale. Questo è stato dimostrato da molti lavori, alcuni promossi dai colleghi di Bologna dell’IRCCS Sant’Orsola Malpighi nell’ambito del nostro gruppo AIEOP. La chemioterapia ha a sua volta un impatto devastante sul microbiota e sulla mucosa intestinale, favorendo la crescita di patogeni a scapito dei batteri buoni e producendo una grave infiammazione (mucosite), che favorisce il passaggio dei batteri al circolo sanguigno. Tutto ciò scatena episodi infettivi spesso molto severi, che possono anche risultare mortali”.
Il vostro obiettivo è stato quello di andare a valutare la presenza di neutropenia febbrile. Ci può spiegare che cos’è e quanto incide su questi pazienti?
“L’obiettivo principale della ricerca è stato quello di valutare l’incidenza di neutropenia febbrile in bambini e ragazzi affetti da leucemia linfoblastica acuta (LLA), leucemia mieloide acuta (LMA) o linfoma non Hodgkin (NHL), patologie che ricevono un trattamento molto intensivo, che comporta severa mucosite e aplasia del midollo, quindi annulla le difese immunitarie. In tutti i bambini arruolati abbiamo valutato l’incidenza di neutropenia febbrile e in un sottogruppo di pazienti abbiamo anche studiato la composizione del microbiota intestinale. La neutropenia febbrile è una complicanza frequente e grave in oncologia pediatrica, ed è definita dalla comparsa di febbre quando il numero dei neutrofili è basso (<500/mm3). La sua origine è multifattoriale, le infezioni sono presenti in circa il 20% dei casi, più spesso si tratta di una febbre di origine sconosciuta dovuta alla grave infiammazione che deriva dal rilascio di sostanze tossiche prodotte dalle stesse cellule tumorali. Oltre alla morbilità diretta, la neutropenia febbrile comporta un prolungamento del ricovero e un uso eccessivo di antibiotici e questo aumenta il rischio di sviluppare resistenza microbica, e contribuisce all’alterazione del microbiota intestinale. Recenti evidenze indicano che anche il microbiota intestinale svolge un ruolo fondamentale nella patogenesi della neutropenia febbrile. Le lesioni della mucosa indotte dalla chemioterapia, associate alla perdita di diversità microbica e a una crescita eccessiva di patobionti, come Enterobacteriaceae, Enterococcaceae e Akkermansia spp., possono facilitare la traslocazione batterica e scatenare un’infiammazione sistemica. Pertanto, le strategie che preservano un microbiota sano possono offrire un approccio efficace e limitare l’uso di antibiotici”.
Avete, quindi, pensato di utilizzare la lattoferrina bovina, perché?
“La lattoferrina è una glicoproteina bioattiva naturale, che possiede azione immunomodulante, anti-infiammatoria, e antimicrobica, tutte attività determinanti nel mantenere il mutualismo microbiota intestinale-ospite. È secreta dalle cellule epiteliali ed è presente nei granuli secondari dei neutrofili, quindi è una sostanza naturale; è abbondante nel colostro, il primissimo latte prodotto dalla mamma ed è uno degli elementi del latte materno che più contribuisce a proteggere il neonato dalle infezioni. Inoltre, elemento per noi importante, trattandosi di pazienti con basse difese immunitarie, non determina alcun rischio. L’impiego della lattoferrina bovina è stato, infatti, riconosciuto sicuro già da molti anni dalla FDA e ci sono molti studi condotti sia in area pediatrica che neonatologica che ne attestano la sicurezza”.
Esistono vari tipi e diverse concentrazioni di lattoferrina bovina o sono tutte uguali?
“Nel nostro studio, che come ripeto è stato uno studio spontaneo non sponsorizzato, abbiamo utilizzato un prodotto, che l’azienda Pharmaguida ci ha fornito gratuitamente (Mosiac® capsule), con una purezza del 98% e una saturazione in ferro del 10%, simile quindi alla saturazione in ferro della lattoferrina umana. La purezzadella proteina è una caratteristica strettamente correlata all’efficacia. La riproducibilità del dato passa dall’uso di un prodotto con analoghe caratteristiche”.
Ci può dire quali sono stati i risultati di questo studio?
“Sono stati coinvolti 156 bambini. Il gruppo in trattamento con lattoferrina bovina ha ricevuto 200 mg al giorno di lattoferrina per 8 settimane, durata che corrisponde al periodo della chemioterapia di induzione, e il gruppo di controllo ha ricevuto la stessa quantità di placebo per lo stesso periodo. Per quanto riguarda i risultati del sotto-studio sul microbiota intestinale, pubblicati su Pharmaceutics nel 2022, si è visto che nei bambini che ricevevano placebo c’era un progressivo peggioramento della disbiosi intestinale, con una riduzione della ricchezza di specie presenti nelle feci e una preponderanza di ceppi patogeni come le enterobatteriacee. Viceversa, nei pazienti trattati con lattoferrina bovina la ricchezza di specie si è mantenuta migliore nel tempo, si aveva una riduzione dei patogeni e un maggiore numero di ceppi protettivi della mucosa intestinale perché produttori di butirrato. Il butirrato supporta l’integrità della mucosa intestinale, modula la risposta infiammatoria e riduce lo stress ossidativo. Per ciò che concerne i risultati sulla neutropenia febbrile, il tasso di incidenza della febbre è stato del 37% più basso nel gruppo trattato con lattoferrina e con la forma più severa di neutropenia (< 100 neutrofili/mm3), rispetto al gruppo che ha ricevuto il placebo. Bastava trattare 8 pazienti per avere un caso in meno di febbre. A ridursi sono stati soprattutto gli episodi di febbre di origine sconosciuta, piuttosto che gli episodi associati ad infezione, e ciò suggerisce un effetto anti-infiammatorio della lattoferrina, probabilmente anche mediato dal microbiota”.

