Aziende italiane in crisi, boom di insolvenze
Le insolvenze aziendali globali continueranno a crescere anche nel 2026, segnando il quinto anno consecutivo di aumento, con un ritorno alla stabilizzazione rinviato al 2027. Dopo un aumento del +6% nel 2025, si prevede un ulteriore +6% nel 2026. Rispetto alle previsioni precrisi sviluppate da Allianz Trade, l’impatto diretto del conflitto in Medio Oriente farà registrare +7.000 casi nel 2026 e +7.900 nel 2027.
Il principale fattore di revisione al rialzo è il conflitto in Medio Oriente, che riduce la crescita economica, aumenta l’inflazione, peggiora le condizioni finanziarie. Circa un terzo dell’aumento previsto nel 2026 è attribuibile a questi effetti geopolitici. Il risultato è un contesto di pressione prolungata sulle imprese, con un “plateau” rimandato. I meccanismi economici alla base di questo aumento sono riconducibili a una combinazione di fattori: shock diretti, aumento prezzi energia, costi di trasporto più elevati, interruzioni nelle supply chain. Gli effetti indiretti sono inflazione persistente, condizioni finanziarie più restrittive, calo della fiducia.
Il contesto che ne deriva è particolarmente sfavorevole per le imprese più fragili, in particolare quelle con margini ridotti, elevato indebitamento o scarsa capacità di trasferire sui prezzi l’aumento dei costi. In questo scenario, il rischio di insolvenza si diffonde lungo le filiere produttive, amplificando la vulnerabilità sistemica.
Dal punto di vista occupazionale, l’impatto è significativo: nel 2026 si prevede che circa 2,2 milioni di posti di lavoro siano direttamente a rischio a livello globale. I settori maggiormente colpiti risultano essere le costruzioni, il commercio al dettaglio e i servizi, con una concentrazione particolarmente elevata in Europa e Nord America.
La situazione potrebbe deteriorarsi ulteriormente in presenza di scenari avversi. Tra i principali rischi figurano un prolungamento del conflitto in Medio Oriente, un eventuale scoppio di una bolla legata all’intelligenza artificiale e tensioni sui debiti sovrani, soprattutto nell’area euro. Tali fattori potrebbero determinare un incremento delle insolvenze ben superiore alle previsioni di base.
Le determinanti strutturali del fenomeno
Oltre agli shock congiunturali, esistono fattori strutturali che contribuiscono alla crescita delle insolvenze. Tra questi, assume particolare rilievo l’aumento del numero di imprese registrato nel periodo post-pandemico. La crescita delle nuove attività, favorita da cambiamenti come la diffusione del lavoro da remoto e l’espansione dell’economia digitale, ha ampliato la base imprenditoriale, ma ha anche incrementato il numero di imprese potenzialmente vulnerabili.
Le aziende più giovani, infatti, tendono ad avere una minore resilienza finanziaria e una maggiore esposizione agli shock economici. Di conseguenza, in un contesto caratterizzato da crescita debole e condizioni finanziarie restrittive, la probabilità di fallimento aumenta. L’analisi regionale mette in luce una forte eterogeneità nelle dinamiche delle insolvenze, pur all’interno di una tendenza generale al rialzo.
Asia: il principale motore della crescita delle insolvenze
L’Asia si conferma come il principale contributore all’aumento globale delle insolvenze, rappresentando oltre la metà della crescita prevista nel biennio 2026-2027. Questo dato è in larga parte spiegato dal peso economico della regione e, in particolare, della Cina.
In Cina, le insolvenze sono attese in aumento sia nel 2026 che nel 2027, riflettendo problemi strutturali legati alla debolezza della domanda interna e alla crisi del settore immobiliare. Anche altri Paesi asiatici mostrano livelli elevati o in crescita, spesso associati a record pluriennali.
Nord America: dinamiche divergenti
Nel Nord America si osserva una divergenza significativa tra Stati Uniti e Canada. Negli Stati Uniti le insolvenze continueranno ad aumentare, sostenute da fattori quali la debolezza dei consumi, i costi elevati e le difficoltà di rifinanziamento. Al contrario, il Canada sta vivendo una fase di normalizzazione dopo il picco registrato negli anni precedenti, con una riduzione del numero di fallimenti.
Europa occidentale: stabilità apparente, fragilità persistente
L’Europa occidentale rappresenta uno dei casi più interessanti. Qui, le insolvenze continueranno a crescere nel 2026, ma a un ritmo più moderato rispetto ad altre aree. Tuttavia, questa apparente stabilità nasconde un elemento critico: i livelli di insolvenza rimarranno elevati rispetto al periodo pre-pandemico.
La maggior parte dei Paesi europei si collocherà in una fascia di variazione compresa tra -4% e +4%, indicando una situazione di sostanziale stabilizzazione, ma su valori ancora molto alti. Inoltre, il contributo del conflitto in Medio Oriente si traduce in un aumento significativo del numero di casi, evidenziando la forte esposizione dell’Europa agli shock energetici.
Italia
L’Italia presenta una dinamica particolarmente rilevante all’interno del contesto europeo. Negli ultimi anni, il Paese ha registrato un’accelerazione significativa delle insolvenze, con aumenti consecutivi nel 2023, 2024 e soprattutto nel 2025, anno in cui si è osservata una crescita del 26%.
Questo andamento riflette in parte il recupero delle insolvenze “ritardate” durante il periodo pandemico, ma evidenzia anche fragilità strutturali del sistema produttivo. Un elemento significativo è il fatto che l’aumento delle insolvenze abbia interessato tutti i principali settori, in particolare commercio, costruzioni, manifattura e turismo.
Per il 2026, le previsioni indicano un ulteriore incremento, seppur più contenuto (+5%), seguito da una possibile lieve riduzione nel 2027. Il livello complessivo rimarrà elevato, ma dal confronto con le altre principali economie europee emerge che non siamo messi poi così male. Circa 12.750 casi di default stimati per il 2026 e 12.300 per l’anno successivo: praticamente la metà dei numeri della Germania, nostro storico mercato di sbocco, e quasi sei volte in meno della Francia, che con quasi 70 mila casi quest’anno e 67.800 nel 2027 conferma la grave difficoltà della sua economia.
Le principali criticità dell’economia italiana risiedono nella dipendenza energetica, nella crescita economica moderata e nella vulnerabilità di alcuni settori chiave. L’aumento dei costi energetici e l’impatto sui consumi delle famiglie rappresentano fattori particolarmente rilevanti, che contribuiscono a mantenere elevato il rischio di insolvenza.
Nel complesso, l’Italia sembra avviarsi verso una fase di stabilizzazione, ma su livelli di rischio ancora significativi, analogamente a quanto osservato in altri Paesi europei. L’economia globale non si trova in una fase di crisi acuta, ma nemmeno in una condizione di piena ripresa: piuttosto, si colloca in una situazione intermedia, caratterizzata da fragilità diffuse e persistenti.
In questo contesto, il rischio di insolvenza diventa un elemento strutturale da monitorare attentamente, soprattutto lungo le catene di fornitura. Per le imprese e gli operatori economici, emerge la necessità di rafforzare gli strumenti di gestione del rischio e di prestare particolare attenzione alla solidità finanziaria dei partner commerciali. In definitiva, il ritorno a condizioni di stabilità richiederà tempo e sarà fortemente condizionato dall’evoluzione del contesto geopolitico ed economico internazionale.

