Meta Platforms, gestore di diversi social media tra cui Facebook, Instagram, Threads e WhatsApp, si allinea a quanto già fatto da Google e Amazon e introduce supplementi sui costi delle inserzioni pubblicitarie per compensare l’aumento delle imposte sui servizi digitali. E quindi dal 1 luglio anche Meta addebiterà, agli inserzionisti, una tassa di localizzazione che in Italia sarà del 3% per coprire le imposte sui servizi digitali richieste dal nostro, come da altri paesi. La tassa, per gli annunci di immagini o video forniti sulle piattaforme Meta, comprese le campagne WhatsApp click-to-message e i messaggi di marketing insieme agli annunci coprirà anche altri prelievi imposti dal governo.
“Finora Meta ha coperto questi costi aggiuntivi”, ha spiegato l’azienda in un blog. Ma evidentemente la festa è finita e quindi anche la società fondata da Mark Zuckerberg non vuole più assorbire le tasse imposte dal governo come Google e Amazon fanno lo stesso. Le tariffe di localizzazione, ha spiegato Meta, sono però determinate dal luogo in cui si trova l’audience e non dalla sede dell’azienda dell’inserzionista.
La lista comprende sei Paesi e la tassa non è per tutti uguale. Infatti la Gran Bretagna è stata più parca e si accontenta di un 2%, Francia, Italia e Spagna sono al 3% mentre Austria e Turchia chiedono il 5%.
Le tasse digitali, applicate come percentuale dei ricavi delle grandi aziende tecnologiche nei singoli Paesi, sono al centro di una contesa tra l’Ue e l’amministrazione americana, che ha affermato che si tratta di una discriminazione nei confronti delle aziende statunitensi. Certo la tassa non è particolarmente elevata, su mille euro di inserzioni “viste” si pagano 30 euro, però non riflette lo spirito che l’ha introdotta che era quello di far pagare più tasse ai giganti del web. La digital tax in Italia è in vigore dal 2020. Il gettito è in crescita ed è stato intorno ai 400 milioni nel 2025 ma resta comunque inferiore a quanto preventivato.

