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Banche,: sofferenze, spread e tassi bassi. Torna la tempesta perfetta

Banche in crisi in borsa, tra spread in crescita, stime in calo sul Pil e attese di taglio dei tassi

Banche,: sofferenze, spread e tassi bassi. Torna la tempesta perfetta

Le “tempeste perfette” si sprecano in questi giorni sul listino azionario italiano, complice la paura dei contraccolpi economici legati all’epidemia di coronavirus che ha ormai raggiunto tutti i cinque continenti. Se l’Ocse ha tagliato le stime di crescita del Pil mondiale del 2010 a +2,4% (dal precedente +2,9%), segnalando inoltre che nello scenario più avverso la crescita potrebbe fermarsi a +1,5%, gli analisti di Ubs in un report hanno messo in guardia stamattina dai pericoli di una nuova fiammata dei crediti in sofferenza e deteriorati. A giudizio degli esperti svizzeri le banche che avrebbero più da temere, nel caso di un nuovo peggioramento della qualità del credito, sono le banche italiane e tedesche che guarda caso oggi lasciano sul terreno frazioni sensibili del proprio valore in borsa.

Giuseppe Castagna
 

Così a Piazza Affari i principali titoli bancari cedono tra il 4% e il 6% abbondante, con gli investitori che sembrano accalcarsi all’uscita nel timore di veder svanire le residue plusvalenze. Tra i più a rischio in questo senso si nota Ubi Banca, che dopo il -11,8% della scorsa settimana conservava all’apertura ancora un rialzo del 42% circa rispetto ai livelli di 12 mesi fa complice l’Ops di Intesa Sanpaolo che valuta l’istituto 4,86 miliardi rispetto ai 4,25 miliardi della capitalizzazione di borsa di venerdì sera (ma già oggi se il calo sarà confermato a fine giornata pari ad oltre il 4,5%, la stessa si ridurrà a poco più di 4,05 miliardi).

Le vendite della scorsa settimana avevano già riportato in rosso anche le performance a 3 e a 12 mesi di tutti gli altri titoli del comparto (salvo Intesa Sanpaolo, che venerdì aveva chiuso di poco sopra i livelli di un anno prima ma che con oggi scivola a sua volta in rosso) e quelle odierne non fanno che peggiorare il quadro. Del resto oltre al tasto dolente delle possibili nuove sofferenze su credito (che oggi fanno perdere quasi il 5% a Baclays, il 3,5% a Commerzbank e Deutsche Bank e attorno al 3% a Banco Santander e Credit Agricole), per le banche italiane resta anche il tema, spinoso, dell’esposizione al debito sovrano e quindi ad un nuovo allargamento dello spread, che oggi si amplia di quasi 9 punti base a poco meno di 181 punti base.

Victor Massiah
 

Non solo: la ricetta che potrebbe essere adottata per cercare di contenere i danni da coronavirus è, per quanto si può ipotizzare al momento, un mix di politica fiscale più blanda per i paesi che possono permetterselo (ma l’Italia, stante il già molto elevato ammontare di debito pubblico, continua ad avere un modesto margine di manovra se anche venisse concessa una maggiore flessibilità da parte della Ue) e nuove misure a sostegno della liquidità da parte della banche centrali. Che si vada verso una prematura fine della brevissima stagione di tentata “normalizzazione” dei tassi è ormai nell’aria dopo segnali in tal senso giunti dalla Federal Reserve, dalla Bank of Japan e dalla Bank of England.

marco morelli
 

La Bce a sua volta non potrà che seguire e questo significa tassi bassi ancora a lungo: una buona notizia se siete un debitore (ad esempio se avete contratto o state pensando di contrarre un mutuo) ma non se siete una banca, perché in quel caso significa un margine netto d’interessi che rimarrà su livelli depressi ancora per ulteriori trimestri, deprimendo una già modesta redditività e spingendo gli istituti, cui gli scivoloni dei mercati “giocano contro” anche dal punto di vista commerciale per quanto attiene alla possibilità di spingere ulteriormente sull’acceleratore del risparmio gestito, a cercare di porre rimedio unicamente a colpi di tagli dei costi e quindi nuove chiusure e riduzioni del personale, in Italia facendo ricorso, finché è in funzione “Quota 100” e il Fondo Esuberi è capiente, allo strumento dei prepensionamenti più o meno incentivati.

Insomma, dopo anni di descrescita infelice o mini-ripresine nell’ordine della frazione di punto percentuale, lo scenario nel quale le banche tricolori devono provare a fare business non è dei più rassicuranti. Il tutto si riflette inevitabilmente sulle capitalizzazioni di mercato, il cui andamento riflette la maggiore o minore fiducia del mercato sulle prospettive almeno a breve termine del singolo istituto.  Rrispetto a venerdì 21 febbraio scorso, la perdita complessiva in termini di capitalizzazione è di oltre 15,3 miliardi di euro, con Intesa Sanpaolo (-7,25 miliardi) e Unicredit (-5,17 miliardi) che pagano, inevitabilmente, lo scotto maggiore a livello assoluto.

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Tra le “medie”, Ubi Banca (833 milioni di minor capitalizzazione) contiene di poco il calo rispetto a Banco Bpm (848 milioni), ma in questo modo amplia il gap dimensionale (stasera dovrebbe chiudere intorno ai 4 miliardi di capitalizzazione, mentre Banco Bpm rischia di scivolare sui 2,75 miliardi). Mps, pur rischiando di scivolare appena sotto i 2 miliardi di capitalizzazione dovrebbe contenere le perdite rispetto a Bper Banca, che sta scivolanso sugli 1,75 miliardi di capitalizzazione: l’istituto senese segnerebbe così un calo di meno di 350 milioni in sei sedute borsistiche, quello emiliano di quasi 370 milioni.

La percepita migliore qualità di Credem fa da scudo a perdite più consistenti ma non può evitare di veder scendere la capitalizzazione poco sopra gli 1,5 miliardi, quasi 200 milioni in meno del 21 febbraio scorso.  Infine il “derby valtellinese” finisce sostanzialmente in parità, con Popolare Sondrio che vede svanire oltre 215 milioni di euro di capitalizzazione rispetto ai 125 milioni “bruciati” per ora da Creval, ma mantiene una capitalizzazione di mercato più che oppia, attorno ai 920 milioni di euro contro i poco più di 491 milioni della rivale.

Andamenti variegati che, pur nella comune nota negativa, dimostrano come il mercato stia cercando di non fare di tutta l’erba un fascio e tenere conto delle differenti qualità e prospettive delle singole banche. E forse anche della possibilità che a fronte di prezzi “da saldo” per qualcuno possa prendere corpo l’ipotesi di un’integrazione con altri soggetti, nazionali o esteri che siano. 

Luca Spoldi