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Banche/ Arriva il cannone Abs di Draghi. Ecco su chi investire in borsa

Banche/ Arriva il cannone Abs di Draghi. Ecco su chi investire in borsa
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Quattrosoldi/ Draghi vorrebbe far comprare dalla Bce fino a 400 miliardi di asset detenuti dalle banche europee. Ma il ministro tedesco delle Finanze, Schaeuble, frena: ci sarebbe il rischio di distorcere il mercato del credito europeo. Per alcuni economisti la Germania ha ragione e comunque non è detto che le banche possano usare quel denaro per sostenere la ripresa. In Italia meglio puntare su Unicredit e Intesa che su Ubi, Banco Popolare, Bper o Credem. L’incognita resta Mps

Il conto alla rovescia è iniziato: giovedì prossimo a Napoli si riunirà il board della Banca centrale europea chiamato ad approvare e rendere noti i dettagli del piano di acquisto di Abs (Asset backed securities, titoli di credito cartolarizzati) che nelle intenzioni di Mario Draghi dovrebbe alleggerire di 350-400 miliardi di euro i bilanci della banche europee che, superato anche lo scoglio dell’Asset quality review e dei relativi stress test condotti in questi mesi dalla stessa Bce, potrebbero tornare ad aprire il rubinetto del credito. Lo stesso Draghi in settimana ha ribadito che la Bce rimane “fermamente decisa a contrastare il rischio di stime a medio termine di una inflazione bassa per troppo tempo”.

Neanche il tempo di leggere le dichiarazioni di Draghi che già le agenzie battevano una puntualizzazione giunta dal ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, il quale, dettosi “non particolarmente contento dell’acquisto dei titoli cartolarizzati da parte della Bce”, ha invitato la Bce ad agire “con prudenza” anche per evitare “conflitti di interesse o parvenze di conflitti di interesse” tra politica monetaria e il ruolo (che sarà assunto da novembre) di autorità di vigilanza centrale delle banche europee, due attività che andranno mantenute “rigorosamente separate” all’interno della Bce.

Scintille destinate secondo la maggior parte dei commentatori a bloccare sul nascere ogni ipotesi di “quantitative easing” che Draghi potesse voler proporre nel caso, non peregrino, di insuccesso di misure convenzionali e non come Tltro e acquisto di Abs che restano pur sempre modi con cui la Bce può far giungere liquidità alle banche, ma non può obbligare le stesse ad accendere nuovi prestiti a imprese e famiglie per far ripartire investimenti e consumi. Mentre altri come l’economista Carlo Alberto Carnevale Maffè replicano: la Germania ha ragione, anche quando sta dalla parte del torto.

In effetti se Draghi da una parte dovrà decidere chi ha i conti in ordine ed è dunque solvibile e dall’altra distribuire liquidità acquistando asset dalle banche, la possibilità che prevalga un criterio “politico” ad uno semplicemente “meritocratico” non è astratta e non troverebbe alcuna forma di controllo. C’è peraltro da notare che proprio la Germania più di tutti gli altri paesi europei ha sempre ceduto con molta riluttanza il controllo su parte dei proprio sistema creditizio caratterizzato, come in Italia (e nel resto del mondo) da un’elevata interazione col sistema politico specie a livello di banche regionali.

Mentre le banche stesse cercano di aggirare come possibile i limiti e i divieti quando fa loro comodo, si veda il modo in cui le banche britanniche più di ogni altra hanno subito trovato il modo di aggirare il limite ai bonus per il top management (secondo la nuova normativa europea non si possono concedere bonus superiori a una volta la retribuzione, ovvero a due volte nel caso i soci autorizzino il payout più elevato), l’ultimo caso in ordine di tempo essendo quello di Lloyds Banking Group che prima di collocare un’ulteriore tranche pari a circa l’11,5% del  capitale della controllata Tsb ha ceduto a undici dei suoi top manager tra cui l’amministratore delegato Antonio Horta Osorio 1,2 milioni di azioni a titolo di “indennità” per un valore di mercato di 3,36 milioni di sterline.

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Se Mario Draghi riuscirà comunque a vincere il braccio di ferro con la Germania, quali potrebbero essere gli effetti del programma di acquisto di Abs (ed eventualmente di un futuro “quantitative easing“, ossia l’acquisto diretto di titoli di debito sul mercato da parte della stessa Bce)? Dipenderà caso per caso, perché in ultima analisi una banca può e dovrebbe prestare denaro a due condizioni: la prima è che il mercato di riferimento lo richieda e non è scontato che in Italia in particolare questo avvenga, dato che quella nella quale si dibatte l’economia italiana da alcuni anni è una crisi da domanda in presenza della quale le aziende tendono a tagliare i costi più che ad aumentare gli investimenti (e la richiesta di credito).

La seconda condizione è che il patrimonio dell’istituto sia sufficientemente solido da superare eventuali nuove crisi come quella del 2008 e il rapporto tra attivo e passivo del bilancio, ossia tra i depositi e i prestiti, sia in sostanziale equilibrio. Ma le banche italiane secondo l’Abi vedono ancora in crescita le sofferenze, a fine luglio salite a 172,3 miliardi lordi (78,2 miliardi netti) dai 170,3 (77) di luglio essendo ora pari al 9% (4,3%) degli impieghi, mentre a fine agosto l’ammontare dei prestiti alla clientela erogati dalle banche operanti in Italia (1.818 miliardi di euro ) rimaneva “nettamente superiore all’ammontare complessivo della raccolta da clientela”, pari a 1.707,8 miliardi di euro. E visto che sempre il mese scorso i prestiti si sono ridotti ancora (del 2,3% annuo, in miglioramento dal 2,5% annuo di luglio) mentre i depositi sono aumentati (+2,8% su base annua dal +2,7% di fine luglio), difficile pensare che la sola liquidità della Bce potrà bastare a far scattare una corsa ai prestiti da parte degli istituti tricolori, semmai allenterà la morsa della stretta sul credito vista fin qui.

Se dovesse far testo l’esito della prima Tltro, che ha visto assegnati alle banche italiane il 28% dei fondi distribuiti (23,765 miliardi di euro in tutti su 82,6 miliardi complessivi), la Bce potrebbe “alleggerire” i principali istituti italiani di circa 100-110 miliardi di euro, riportando nel complesso in pareggio il rapporto tra prestiti e raccolta complessiva. A quel punto potrebbe valere la pena di scommettere su chi, come Unicredit e Intesa Sanpaolo, è maggiormente esposto (sia geograficamente sia in termini di clientela) verso mercati dove la ripresa è già più solida, rispetto a banche più concentrate sul mercato domestico come Bper, Banco Popolare, Ubi Banca e Credem.

Con un’incognita chiamata Mps, che secondo Mediobanca potrebbe vedersi chiedere dalla Bce di aumentare di un centinaio di milioni di euro il capitale per rafforzare i propri coefficienti patrimoniali. Ma dopo il ritorno sul mercato del credito con tre eurobond emessi nel corso del primo semestre, il rimborso di 3 miliardi di “Monti bond” e quello anticipato (parziale) dei fondi ottenuti con le Ltro della Bce, nonché con solo più 2 miliardi di “sbilancio” tra depositi (130,77 miliardi a fine giugno) e prestiti alla clientela (132,77 miliardi), sembra ora puntare ad un recupero di redditività che non si limiti al taglio dei costi, in larga misura già ottenuto, ma allo sviluppo di nuovo business grazie al lancio della banca online Widiba e alla integrazione tra i servizi online e la rete di promotori finanziari.

Luca Spoldi