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Economia
Big tech, in Italia tasse dimezzate rispetto a Pmi: l'idea per invertire rotta

Prima della pandemia - secondo Salesforce - le vendite sui canali digitali rappresentavano appena il 15% degli acquisti totali. Oggi invece la previsione è che, entro il prossimo mese, gli acquisti sull'online raggiungeranno addirittura il 30% delle vendite al dettaglio globali. Lo squilibrio delle condizioni che si realizzano tra i negozi 'fisici' e il commercio in rete, dunque contribuisce pesantemente ad aggravare ancora la situazione di sofferenza delle pmi, sempre più sole nell’affrontare la peggiore crisi dal dopoguerra. Non solo.

Le restrizioni per il Covid, sta consentendo ai colossi del web di operare anche nel nostro mercato dei consumi finali in condizioni di semi monopolio, trasferendo però all'estero una parte importante della ricchezza generata dagli acquisti sui canali digitali. E si tratta di risorse sottratte quasi tutte a piccoli esercenti, già provati dal crollo dei fatturati, che così rischiano di soccombere. Un esempio: in Italia, le multinazionali del web vengono tassate al 33% su di una fetta di fatturato marginale rispetto al vero reddito che viene prodotto, al contrario di quanto accade per un'impresa artigiana, che invece subisce una tassazione complessiva del 60%. 

E non finisce qui. Di fronte alla scarsezza dei mezzi messi in campo dal governo per sostenere le pmi, i commercianti sono costretti comunque a sostenere i costi per mantenere in vita la propria attività, come affitti, tasse, oneri di gestione, dipendenti, pur restando chiusi. Insomma, oltre al danno pure la beffa. Il risultato? Il black friday appena trascorso è destinato a passare alla storia come il più 'nero' di sempre, almeno per i commercianti italiani.

Invece Amazon, Alphabet/Google, Alibaba, Microsoft, Facebook, Netflix, Booking, Uber, Expedia hanno un fatturato globale superiore agli 850 miliardi di euro e sono pronti a dichiarare 110 miliardi di utili. Insieme, quindi, valgono otto volte l’intero listino della Borsa di Milano e due volte il listino di Francoforte. Negli ultimi 6 anni, grazie a questi meccanismi di gestione della propria attività, hanno complessivamente risparmiato ben 49 miliardi di tasse. Infatti, una larghissima parte del fatturato complessivo nonostante sia prodotto nel Belpaese – circa 31 miliardi - più di dieci volte quello denunciato, secondo gli studi dell’Osservatorio eCommerce B2c, viene dichiarato in Stati europei fiscalmente più vantaggiosi, come Lussemburgo, Paesi Bassi e Irlanda. Che fare? Si può gridare quanto si vuole all’ingiustizia, ma è evidente che i modelli di consumo stanno cambiando.

Soprattutto, davanti a questi numeri, pensare che la soluzione per riequilibrare il mercato possa essere quella di avviare anacronistiche crociate contro gli Ott è davvero ingenuo. Certamente dobbiamo riscoprire il valore della prossimità, dei negozi di vicinato se non vogliamo smantellare il tessuto produttivo locale fatto di marchi storici e di made in Italy di qualità, consegnando decine di migliaia di persone alla disoccupazione e colpendo pesantemente le filiere dei territori e l'indotto collegato. E dobbiamo al tempo stesso facilitare e rendere più vantaggioso per le nostre imprese accedere al mercato online, anche stimolando questi colossi a praticare condizioni di accesso alle loro piattaforme più vantaggiose per le piccole imprese.

Però la politica deve avere pure il coraggio delle idee, soprattutto in questo momento in cui il vaccino contro il Covid forse sta per arrivare ma quello per salvare la nostra economia è ancora lontano. Deve pensarci lo Stato. La strada maestra, dunque, è quella di normare il libero mercato per consentire un regime di concorrenza leale, intervenendo in maniera più decisa. Chi sta guadagnando dalla pandemia deve dare qualcosa a chi invece rischia di non sopravvivere. E' buon senso. In tempo di manovra di stabilità e di caccia alle risorse per sostenere le nostre imprese, allora perché non introdurre un contributo di solidarietà applicato sugli utili dei giganti del web? Il 3% di questi ultimi da solo andrebbe a finanziare un terzo della nostra manovra di bilancio. Se c'è la volontà politica, si può cominciare da qua. Chiacchiere non servono.

*Professore Ordinario di Diritto del Lavoro

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