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Borsa, che cosa c’è dietro il tonfo del Nasdaq che ha bruciato quasi 2 mila miliardi di dollari in un giorno

A pagare il conto più salato sono stati i produttori di semiconduttori, considerati l’infrastruttura fisica dell’economia dell’Ai

Borsa, che cosa c’è dietro il tonfo del Nasdaq che ha bruciato quasi 2 mila miliardi di dollari in un giorno

Borsa, che cosa c’è dietro il tonfo del Nasdaq

A scatenare il peggior venerdì di Wall Street da oltre un anno è stata, paradossalmente, una buona notizia. I dati sul mercato del lavoro americano diffusi il 5 giugno hanno raccontato un’economia ancora robusta — circa 172 mila nuovi posti creati a maggio, molto più di quanto gli analisti si aspettassero — e questo è bastato a innescare una fuga dai titoli che negli ultimi due anni avevano trainato i listini. A fine seduta, dal paniere dello S&P 500 erano evaporati quasi 1.800 miliardi di dollari di capitalizzazione.

Il Nasdaq ha lasciato sul terreno il 4,2%, la giornata peggiore da più di dodici mesi, chiudendo una settimana in rosso del 4,7% per l’indice tecnologico. L’indice dei semiconduttori di Filadelfia ha vissuto la seduta più nera dal 2020. Il sell-off — l’ondata di vendite rapide e massicce — non ha colpito in modo uniforme: si è concentrato proprio sul cuore della corsa degli ultimi due anni, ovvero i titoli legati all’intelligenza artificiale e ai chip.

A pagare il conto più salato sono stati i produttori di semiconduttori, considerati l’infrastruttura fisica dell’economia dell’Ai. Nvidia ha perso oltre il 6% nella sola seduta di venerdì, Broadcom quasi l’8%, mentre Amd, Intel, Micron, Marvell e Arm hanno in molti casi archiviato ribassi a doppia cifra. Vendite pesanti anche sulle «Magnificent Seven» — il gruppo che riunisce Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta, Nvidia e Tesla. In questo paniere Apple si è rivelata la più resistente, con un calo contenuto all’1,25%, mentre Microsoft ha ceduto il 2,5%, Alphabet lo 2,8%, Amazon il 2,9%, Meta il 5,5% e Tesla il 6,53%.

Resta da capire perché numeri così solidi sull’occupazione abbiano spaventato gli investitori. La logica è quella, ormai consueta, dei tassi d’interesse: un’economia forte riduce le probabilità che la Federal Reserve tagli il costo del denaro e, secondo diversi operatori, rende persino più concreto il rischio di nuovi rialzi. I rendimenti obbligazionari sono così tornati a salire, e questo rende meno appetibili le valutazioni elevatissime del comparto tech. Le aziende dell’intelligenza artificiale sono particolarmente esposte a questo meccanismo: gran parte del loro valore poggia su profitti attesi nei prossimi anni e, quando i tassi crescono, quei flussi di cassa futuri valgono meno, costringendo il mercato a rivedere rapidamente al ribasso le quotazioni.

Dietro al movimento, però, non c’è solo la macroeconomia. Da oltre un anno i giganti tecnologici stanno riversando centinaia di miliardi di dollari in data center, chip avanzati e infrastrutture per l’Ai, e finora il mercato ha applaudito questa strategia quasi senza riserve. Negli ultimi giorni qualcosa è cambiato: un numero crescente di investitori ha cominciato a domandarsi se la crescita dei ricavi sarà davvero in grado di ripagare una spesa di queste proporzioni. È la somma di questi fattori — dati macro, timori sui tassi e dubbi interni al settore — a comporre la «tempesta perfetta» di venerdì, più che un improvviso ripensamento sull’intelligenza artificiale in sé.

Da qui la domanda che rimbalza da giorni tra investitori e analisti: stiamo assistendo allo scoppio di una bolla o a una semplice correzione? Tirare in ballo la parola «bolla», con l’inevitabile rimando al crollo delle dot-com del 2000, appare per ora prematuro. Allora gran parte delle società quotate non produceva utili, e spesso nemmeno ricavi degni di nota. I protagonisti della rivoluzione di oggi sono invece aziende solidissime, con miliardi di dollari di profitti reali e ampia liquidità in cassa. Più che l’inizio di un tracollo, quanto visto in questi giorni somiglia a una correzione fisiologica dei mercati.