A- A+
Economia

 
Di Massimo Puricelli

E' notizia di ieri l'ufficializzazione dell' avvenuta fusione tra Fiat e Chrysler; una notizia che era stata preannunciata da tempo e che è la logica conclusione di una trattativa che si protrae da anni (10 per l'esattezza), da quando la casa automobilistica torinese acquistò quote della decaduta azienda americana di automobili.

Ciò che risalta da questa fusione non è la nuova ragione sociale (Fiat Chrysler automobiles) ma dove è stata stabilita la sede legale del nuovo gruppo ossia in Olanda e dove verranno pagate le imposte (la sede fiscale) ossia in Gran Bretagna, anche se Marchionne l'amministratore delegato nonché deus ex machina dell'operazione si affrettato a dire che: "La scelta non avrà effetti sull’imposizione fiscale cui continueranno ad essere soggette le società del gruppo nei vari Paesi in cui svolgeranno le loro attività", aggiungendo che" non  tutte le attività che confluiranno in Fiat Chrysler Automobiles, proseguiranno la propria missione, compresi naturalmente gli impianti produttivi in Italia e nel resto del mondo, e non ci sarà nessun impatto sui livelli occupazionali".

Se per un verso questa nuova azienda con origini italiane, ma ormai con vocazione internazionale potrebbe far inorgoglire noi italiani la realtà dei fatti ci dice che di italiano la Fiat non ha più nulla nemmeno il nome come si è visto, e che, soprattutto, le sedi operative oltre che legali saranno distanti dal nostro Paese.
E' un male , è una ragione di preoccupazione per le fabbriche del gruppo con sede in Italia, questa fusione?
Il problema è tutto qua visto che di "favole" e di "promesse da marinaio" Marchionne e gli eredi Agnelli ne hanno raccontate molte.

"Rilanceremo i poli produttivi italiani, se però si cambieranno i rapporti con i sindacati all'interno dell'azienda, se cambierà la fase produttiva con orari sempre più flessibili e con condizioni lavorative improntate al modello polacco o brasiliano o serbo,dove il costo del lavoro è meno della metà", sostenne il management torinese (sarebbe meglio definirlo internazionale), così diceva il manager proveniente dal Canada abbigliato con il suo consueto pullover blu marina ormai uno status simbol al pari dell'orologio sul polsino indossato dall'avvocato Gianni Agnelli (chissà che non siano come la coperta di Linus, il famoso personaggio dei fumetti -i Peanuts- di C. Schulz -dei talismani, una scaramanzia, oppure oggetti che infondono sicurezza a questi super manager) uno degli eredi dei fondatori della fabbrica di automobili made in Torino,tanto per citare alcuni paesi dove già da anni la casa automobilistica torinese ha aperto nuove e numerose fabbriche che costruiscono i vari modelli di auto e mezzi commerciali.

Così volle Marchionne, sostenendo che in caso contrario non si sarebbe più potuto costruire automobili in Italia ed essere competitivi a livello mondiale.
Più che un progetto industriale una minaccia a cui seguirono scioperi e battaglie sindacali durissime nei vari stabilimenti disseminati per tutto lo Stivale, ma che si conclusero con un referendum tra i lavoratori dall'esito scontato perchè se non fossero state accettate quelle condizioni avrebbero perso il posto di lavoro.
Ebbene, a distanza di quasi 4 anni la strada che Marchionne & soci minacciarono di intraprendere e che sembrava scongiurata a detta dei maggiori sindacati (eccezione la FIOM) che fecero  "calare le braghe ai poveri lavoratori" che stavano vivendo la stessa situazione delle vittime di una rapina a mano armata, ora è stata ripresa, perchè con la fusione sancita ieri l'obiettivo è solo uno, il target è unico: cercare sempre nuovi mercati dove il costo del lavoro è minore, dove le tasse sono minori, dove la "schiavitù dei lavoratori" è sempre più opprimente, dove gli utili dovrebbero essere maggiori, alla faccia dell'Italia , sì del nostro paese che da oltre 40 anni si è sobbarcato incentivi, cassa integrazioni, mobilità e ogni sorta di agevolazione per trattenere "mamma Fiat" e garantire il posto di lavoro a migliaia di operai, impiegati, dirigenti, ecc.

Un esborso enorme non quantificabile esattamente ma che si può ben considerare come una cifra sufficiente per acquistare la casa torinese, per "nazionalizzarla" (nazionalizzare una bestialità per il mercato per il liberalismo per l'Europa delle finanze), come hanno fatto anche altri paesi più liberali del Nostro ma che hanno forse più coraggio e meno legami con certe famiglie capitalistiche che di capitalismo conoscono solo pochi rudimenti e riescono bene a fare una cosa sola: privatizzare i profitti e socializzare i debiti.
Credo che sia arrivato il momento da parte dello Stato Italiano di dare il benservito a questa azienda e "esternalizzarla con un bel calcio sul fondo schiena" cercando di farsi , almeno in parte, ripagare i debiti che hanno socializzato e preso dalle tasche di milioni di cittadini italiani che magari non hanno mai comperato una auto Fiat.

 

Tags:
fiatchryslerfabbriche
i più visti
in evidenza
Simest, la qualità a supporto della competitività delle pmi italiane

Esportazioni

Simest, la qualità a supporto della competitività delle pmi italiane


casa, immobiliare
motori
Jeep Compass: grazie agli incentivi è ancora più facile sceglierla

Jeep Compass: grazie agli incentivi è ancora più facile sceglierla

Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.