Hormuz, Tognoli: “Se fallisce il dialogo su Hormuz il petrolio vola a 140 dollari: il rischio vero è la stagflazione”
Mentre le tensioni tra Iran e Stati Uniti continuano a oscillare tra segnali di apertura negoziale e nuove fiammate di incertezza, i mercati globali restano sospesi tra fiducia e timore. Sullo sfondo, lo Stretto di Hormuz torna a imporsi come snodo cruciale per gli equilibri energetici mondiali, con il rischio geopolitico che si riflette direttamente sulle aspettative di inflazione, crescita e stabilità finanziaria.
In questo contesto dominato da volatilità e scenari ancora aperti, gli investitori cercano di decifrare la direzione dei mercati tra segnali contrastanti e timori di escalation. A fare chiarezza è Antonio Tognoli, economista ed esperto dei mercati finanziari, che ad Affaritaliani analizza l’intreccio tra geopolitica ed economia globale e i possibili effetti sugli asset finanziari e sull’energia.
Alla luce degli ultimi sviluppi tra Iran e Stati Uniti, i mercati internazionali come stanno reagendo? In modo razionale o c’è il rischio di una sottovalutazione dello scenario peggiore?
“La reazione è in parte razionale e in parte no. È razionale perché l’amministrazione americana sembra voler arrivare rapidamente a una fine del conflitto. Naturalmente, però, i negoziati si fanno in due e serve la stessa disponibilità anche dall’altra parte: al momento sembra esserci, e questo porta i mercati ad aspettarsi una conclusione relativamente veloce delle ostilità. Un’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz avrebbe effetti positivi.
Allo stesso tempo, però, c’è una componente di irrazionalità: finché non c’è un accordo, il conflitto resta aperto. L’economia americana rimane resiliente, anche se in rallentamento: dopo una crescita molto forte nel 2025, i dati più recenti indicano un PIL in aumento intorno allo 0,5%, condizionato anche da fattori tecnici come lo shutdown. Nel primo trimestre ci si può aspettare una crescita tra l’1,2% e l’1,3%, quindi una decelerazione.
Gli utili societari restano solidi, con una crescita tra il 10% e il 13%, e questo sostiene i mercati. Se le ostilità cessassero davvero, l’attenzione degli investitori si sposterebbe dalla geopolitica ai fondamentali macro e microeconomici, come crescita, produttività e sviluppo dell’intelligenza artificiale. In sintesi: i mercati sono razionali nelle aspettative, ma sottovalutano ancora il rischio che la crisi non si risolva rapidamente”.
Quanto pesa oggi il rischio legato allo Stretto di Hormuz nei prezzi del petrolio e quali segnali guardano gli investitori?
“Anche se la guerra finisse subito, difficilmente il petrolio tornerebbe ai livelli pre-conflitto, intorno ai 65-70 dollari al barile. Parte delle infrastrutture produttive, tra estrazione e raffinazione, è stata danneggiata. Inoltre, resta da capire quanto petrolio iraniano potrà tornare sul mercato e in che misura anche quello russo potrà aumentare l’offerta. Il quadro è ancora molto incerto.
Nel breve periodo — almeno uno o due anni — è difficile immaginare prezzi molto più bassi: una stabilizzazione intorno ai 90 dollari è plausibile. Il punto centrale è evitare picchi molto più elevati. Se il prezzo si stabilizza, l’economia globale può adattarsi, anche se con un aumento dell’inflazione. Ma una chiusura prolungata dello Stretto avrebbe effetti pesanti, perché l’economia mondiale dipende ancora fortemente dal petrolio. Anche gli Stati Uniti, pur essendo più indipendenti dal punto di vista energetico, risentirebbero di prezzi elevati, con possibili effetti sulla crescita e anche sul quadro politico interno”.
Le dichiarazioni contrastanti di Washington e Teheran stanno aumentando la volatilità: quali asset funzionano da beni rifugio e quali sono più esposti?
“L’oro, pur con alcune correzioni dopo i massimi, resta un classico bene rifugio. Ma oggi si possono includere anche le materie prime industriali. Parliamo non solo di terre rare, ma anche di metalli come rame, palladio e zinco. In generale, le materie prime tendono a reggere perché sono legate alla crescita globale: un’espansione economica, anche moderata, continua a sostenerne la domanda.
Gli investitori vi accedono soprattutto tramite strumenti finanziari come futures ed ETF. In questo contesto, quindi, non solo i metalli preziosi, ma anche le commodity industriali svolgono una funzione di protezione”.
Se i negoziati restassero bloccati, che tipo di choc dobbiamo aspettarci sui mercati energetici e sull’economia europea?
“Molto dipenderà dallo scenario sullo Stretto di Hormuz: una chiusura totale è poco probabile, ma resta un rischio da considerare. Bisognerà anche valutare quanta offerta aggiuntiva potrà arrivare da OPEC+ e dalla Russia. Se il petrolio dovesse stabilizzarsi su livelli molto elevati, tra 120 e 140 dollari al barile, l’impatto sarebbe significativo: si innescherebbe un’inflazione da costi, trainata dall’energia.
In questo caso le banche centrali hanno margini limitati: possono alzare i tassi, ma agiscono solo indirettamente. Il rischio è quello di provocare una recessione per ridurre la domanda e quindi i prezzi.Lo scenario più critico sarebbe quindi la stagflazione: inflazione alta e crescita bassa o negativa. È questo il rischio principale da monitorare se i negoziati dovessero arenarsi”.

