Pasquale De Meo, come Domenico Rocca, denunciò dei comportamenti contro il codice all’interno del sistema arbitri, ma anche nel suo caso la Procura sportiva archiviò la questione. L’intervista
Prima del caso Rocca, c’era già stato il caso De Meo. Una vicenda interna al mondo arbitrale, nata dopo Milan-Empoli del 7 aprile 2023, finita sul tavolo della Procura Federale FIGC e poi archiviata. Affaritaliani è in possesso delle mail, delle segnalazioni, del provvedimento di archiviazione e degli atti con cui Pasquale De Meo, ex assistente arbitrale della CAN, chiese poi accesso al fascicolo relativo al procedimento.
Al centro della ricostruzione c’è quanto accadde nello spogliatoio di San Siro al termine di Milan-Empoli. De Meo, secondo assistente di quella partita, segnalò alcune frasi pronunciate dall’osservatore arbitrale Claudio Puglisi, della sezione di Voghera, durante il colloquio post-gara con la squadra arbitrale. Nelle comunicazioni inviate all’epoca, De Meo riferì che Puglisi, parlando del proprio percorso e della propria valorizzazione, avrebbe fatto riferimento agli “amici di Torino” e alla precedente gestione arbitrale.
La Procura Federale archiviò il procedimento, ritenendo che, allo stato degli atti, non fossero emerse fattispecie di rilievo disciplinare. Ma oggi, alla luce dell’inchiesta che ha coinvolto Gianluca Rocchi e della denuncia di Domenico Rocca, De Meo rilegge quella vicenda come un precedente. Nella sua intervista ad Affaritaliani parla di un “muro”, di un sistema interno che avrebbe isolato chi decideva di segnalare, e di una similitudine con quanto vissuto da Rocca.
In sostanza, secondo la ricostruzione contenuta nelle comunicazioni inviate all’epoca, Puglisi avrebbe parlato della propria carriera e della propria mancata valorizzazione nella precedente gestione arbitrale, facendo riferimento agli “amici di Torino”. Una frase che De Meo interpretò come lesiva nei confronti di altri associati e che decise di segnalare nel rispetto del Codice etico e del regolamento AIA. La Procura Federale, dopo aver acquisito relazioni, audizioni e documenti, archiviò il procedimento ritenendo che non fossero emerse fattispecie di rilievo disciplinare.
Non solo Milan-Empoli. C’è anche il successivo confronto avvenuto a Coverciano tra De Meo e la Commissione CAN. Un colloquio che lo stesso De Meo cita nell’intervista e che, secondo la sua ricostruzione, si sarebbe svolto in un clima molto teso, con accuse, contestazioni e un faccia a faccia duro con alcuni componenti della commissione. Affaritaliani ricostruirà e pubblicherà nelle prossime ore anche questo passaggio, sulla base degli atti e delle comunicazioni acquisite.
Oggi, alla luce dell’inchiesta che ha coinvolto Gianluca Rocchi e della denuncia di Domenico Rocca, De Meo rilegge quella vicenda come un precedente. Parla di un “muro”, di un sistema interno che avrebbe isolato chi decideva di segnalare, e di una similitudine con quanto vissuto da Rocca.
Le parole di Pasquale De Meo ad affaritaliani
Pasquale De Meo, perché ha deciso di parlare proprio adesso?
Tutto è partito da quando, qualche giorno fa, ho letto che c’era un’inchiesta in corso e che erano stati notificati degli avvisi di garanzia. Leggendo poi da chi era partita una delle denunce, cioè dal collega Domenico Rocca, mi sono immedesimato nella vicenda che mi ha visto protagonista diretto tre anni fa. Ho trovato contorni molto simili alla vicenda del collega Rocca, con il quale in realtà ho condiviso diversi anni nello stesso ruolo. So bene cosa abbiamo vissuto e condiviso. Tra l’altro, le nostre vicende hanno portato entrambi alla dismissione.
Qual è la similitudine più forte tra la sua vicenda e quella di Domenico Rocca?
La riflessione che faccio oggi è questa: vedendo che è scesa in campo una Procura al di fuori della giustizia sportiva, quindi una Procura ordinaria della Repubblica, mi chiedo se, al tempo della mia vicenda, avessi avuto anche io la possibilità dell’intervento di una Procura ordinaria. Magari avrei avuto la speranza di avere un organo imparziale che valutasse quello che era successo. Invece il sistema in cui noi orbitavamo era tutto interno al mondo federale. Essendo associati AIA, e l’AIA essendo inquadrata all’interno della FIGC, ogni segnalazione, ogni eventuale procedimento o istruttoria viene automaticamente presa in carico dalla Procura Federale FIGC. Non hai spazio per andare al di fuori, perché sei sottoposto, in quanto associato AIA e quindi FIGC, all’egida della FIGC.
Io segnalai una vicenda successa nello spogliatoio alla fine di una gara. Lo feci osservando il Codice etico e il regolamento AIA, che noi associati siamo tenuti a rispettare. Segnalai il comportamento e alcune dichiarazioni lesive da parte di un osservatore arbitrale a fine gara. Evidentemente questa cosa non fu gradita dal designatore (ndr. Rocchi). Da lì ci fu tutta una serie di comportamenti e atteggiamenti messi in atto, sempre dal designatore e da altre persone anche all’interno della commissione, che caratterizzarono il prosieguo del mio percorso nel gruppo arbitri della CAN. Da quel momento ho vissuto un periodo molto pesante, soprattutto nella stagione successiva. Un periodo che poi ha portato inevitabilmente alla mia dismissione dal ruolo.
Quello che scelsi di fare all’epoca fu semplicemente quello che ho sempre fatto nella mia vita: comportarmi secondo le regole. Scelsi di essere uomo e di essere libero. Sapevo bene a cosa andavo incontro. Sapevo cosa mi stava aspettando e sapevo bene che, di lì a breve, sarebbe terminata anche la mia carriera arbitrale.
Entriamo nel merito. Che cosa aveva denunciato?
Io parlo semplicemente della vicenda che è successa a me e che segnalai con documentazione solida e cospicua alla Procura FIGC. Tutto partì dalla segnalazione di quello che era successo nello spogliatoio. Poi ci furono tutta una serie di altre situazioni.
Ad esempio ci fu un colloquio a Coverciano, con la commissione, in un’aula di Coverciano, con toni molto tesi e un clima molto teso. In quella occasione fui incalzato sotto tutti gli aspetti da Rocchi e anche da Gervasoni. Gervasoni, tra questi, si avvicinò a me con fare abbastanza intimidatorio: si alzò dalla sedia, venne faccia a faccia, alzò la voce. Insomma, fu un momento molto pesante.
Lei parla dello spogliatoio di Milan-Empoli. Che cosa accadde nello specifico?
Io ho scelto di essere sempre libero di andare avanti e coerente con le mie azioni. Quando una persona sa di aver fatto tutto per bene e sceglie di comportarsi come ha sempre fatto, credo che non debba temere nulla. L’ho fatto e l’ho portato avanti durante il mio percorso arbitrale, ci tengo a sottolinearlo: non a seguito di una dismissione o di un voto basso.
Quando feci quella segnalazione su quello che era successo nello spogliatoio a fine gara, io sapevo di aver preso il voto massimo in quella partita, che era Milan-Empoli del 7 aprile 2023. L’osservatore, a fine gara, ti comunica il voto che ti assegna. Io avevo preso il voto massimo.
Questa è una cosa importante da sottolineare, perché qualcuno potrebbe pensare: “Ha preso un voto basso e adesso vuole rivalersi, vuole cercare un appiglio”. Invece io avevo preso il voto massimo. Però scelsi di operare secondo le regole, osservando il Codice etico e il regolamento AIA, che noi siamo tenuti a rispettare. Nei doveri degli arbitri c’è anche quello di segnalare eventuali colleghi che effettuano dichiarazioni lesive della reputazione e dell’immagine di altri colleghi.
Le va di raccontare quelle dichiarazioni?
Ci sono delle carte che io ho allegato alla Procura. C’è tutto documentato. Io feci semplicemente il mio dovere, ma questa cosa portò poi a tutta una serie di conseguenze. Anche il clima che ho vissuto successivamente all’interno del gruppo arbitrale fu pesante. C’era gente che non ti guardava più in faccia, gente che ti guardava storto, persone che non ti rivolgevano più la parola.
Tanti colleghi, o comunque dirigenti della commissione arbitrale, avevano paura di chiamarti telefonicamente o di mandarti messaggi. Anche se poi diversi colleghi mi manifestavano solidarietà di persona, magari di nascosto, perché temevano di farsi vedere. Temevano ripercussioni, in sostanza.
Ma io ho scelto di andare sempre avanti, sempre a testa alta. E oggi, come allora, posso guardare tutti negli occhi senza aver mai abbassato la testa.
In questi giorni si parla anche del cosiddetto “codice Rocchi”, dei presunti simboli in sala Var. Voi ne eravate a conoscenza? Esistevano?
Su questo argomento, onestamente, posso dire che non sono stato testimone diretto di eventuali situazioni di questo tipo. Ci tengo a precisarlo.
Anche perché io sono stato dismesso al termine della stagione 2023-2024, quindi al 30 giugno 2024. Ripeto, non sono stato testimone diretto. L’unica cosa che si sentiva in giro, nel nostro mondo, è che c’erano voci sulla presenza di eventuali gesti convenzionali utilizzati nel centro Var.
Però non posso dire qualcosa in più, perché non ne sono stato testimone diretto.
Oggi l’indagine parla anche di ipotesi gravi, come il concorso in frode sportiva. Secondo lei era solo una lotta di potere interna all’AIA oppure c’era anche altro?
Sinceramente, su questo non riesco ad argomentare in modo approfondito. Mi soffermerei sulla mia vicenda, che è quella che mi ha visto protagonista. Adesso non so cosa dire di più rispetto a quello che leggo e apprendo anche io, giornalmente, dagli organi di stampa.
Lei dice di essersi scontrato contro un muro. È qui che vede una similitudine con Rocca?
Sì. Io feci richiesta di accesso agli atti, ma mi fu negata. Ho trovato un muro. Mi sono scontrato contro un muro.
E questa è un’altra similitudine con il collega Rocca. È la stessa cosa di Domenico (ndr. Rocca), e io lo so bene, perché con Domenico abbiamo vissuto una parte di queste nostre vicende insieme. So cosa abbiamo passato.
Domenico ha scelto, come me, di essere libero e di andare avanti secondo la sua linea. Il punto è che, quando fai una scelta, la cosa più facile sarebbe allinearsi al sistema o seguire comportamenti che possono convenirti. Poi però devi decidere tu se è quello che ti senti di fare o se vuoi agire secondo coscienza.
La cosa più facile, magari, è fare finta di niente, stare zitto.
E magari fare carriera, durare qualche anno in più?
Dipende. Io non giudico i colleghi. So bene cosa significa avere un certo stile di vita, una posizione sociale ed economica di un certo tipo, e cercare di mantenerla per più anni.
Lo so bene. Non mi permetto di giudicare nessuno.
Però io ho scelto diversamente anche perché, forse, non ho bisogno di questo “giochino”. Ho costruito negli anni una mia posizione sociale ed economica che mi consente di non dover reggere solo sull’AIA.
Questo ti rende ancora più libero. Magari tanti colleghi cercano di mantenere il più possibile quella posizione. E la cosa più facile da fare è andare avanti e seguire quello che ti impone il sistema.
Lei e Rocca non siete gli unici. Ci sono anche altri ex arbitri che hanno denunciato. Che cosa succede, secondo lei, quando si prende quella strada?
Nel momento in cui prendi una strada, vieni agitato all’interno del sistema, del gruppo. Vieni bollato come scomodo, come spia, come infame, come reietto.
Ti garantisco che non è facile.
Non è facile vivere un anno intero così, andare ai raduni, andare alle gare, con colleghi che in gran parte hanno atteggiamenti che non rispecchiano lo spirito di gruppo.
Il nuovo traghettatore dell’AIA è Dino Tommasi, citato anche dal suo collega Rocca come figura della Commissione Osservatori. Lo conosce?
Finora è stato componente della Commissione e ha avuto diverse volte le sue visionature. Però su questo non mi esprimo, perché non so cosa dire. Non posso dire nulla su questa persona.
Lei ha l’impressione che si stia andando in continuità, mentre forse servirebbe una rottura?
Queste sono riflessioni che ognuno può fare. Io parlo della mia vicenda e porto una serie di elementi per far capire quello che ho vissuto e il muro contro il quale mi sono scontrato. Poi, se sia giusto fare una revisione completa di tutto il sistema, ognuno si faccia la propria riflessione.

