Economia
I falchi della Bce vogliono un aumento choc dei tassi, ma i rischi sono enormi

I Paesi del Nord vogliono abbattere i prezzi, anche se per fare ciò non c’è che un raffreddamento dell’economia
La Bce vuole alzare i tassi: che cosa si rischia?
Meglio morire di fame o di sete? È un dilemma analogo quello di fronte a cui si sta trovando l’Europa. Da una parte, infatti, c’è l’incremento dei prezzi, una fiammata che non sembra attenuarsi – anche se chi non ha la memoria corta non potrà dimenticare come Christine Lagarde avesse definito “passeggero” il fenomeno – col passare del tempo. Dall’altro c’è il timore che si stia andando verso un periodo difficilissimo dal punto di vista economico, con le aziende che rischiano di chiudere per il caro energia, l’instabilità politica e la concreta possibilità che le previsioni di crescita debbano essere riviste al ribasso. Per arginare questo fenomeno sembra scontato e necessario procedere con un aumento dei tassi d’interesse. E i “falchi” del Nord Europa vorrebbero un incremento di 75 punti base, cioè dello 0,75% dopo lo 0,5% di luglio scorso. Attualmente in Italia, secondo i dati Istat, abbiamo un’inflazione – escludendo i beni energetici – al 3,9%. Su base annua accelerano sia i prezzi dei beni (da +9,7% a +11,4%) sia quelli dei servizi (da +3,1% a +3,4%); si amplia, quindi, il differenziale inflazionistico negativo tra questi ultimi e i prezzi dei beni (da -6,6 di maggio a -8,0 punti percentuali). Accelerano i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona (da +6,7% a +8,3%) e quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +6,7% a +8,4%).
Domanda: che cosa significa? Intanto, una risposta per provare a placare gli animi. Non è la prima volta che l’Italia si trova in questa situazione. Nel periodo compreso tra il 1973 e il 1985, l’inflazione è stata mediamente del 15,2%, con il picco del 21,2%. Il motivo è che, allora, i salari erano stati indicizzati all’inflazione tramite il meccanismo della scala mobile, il cui funzionamento è facilmente riassumibile: accertata e resa uguale su base 100 la somma mensile necessaria per la famiglia-tipo, in riferimento ad un dato periodo per l'acquisto dei prodotti del paniere, le successive variazioni percentuali dei prezzi dei beni di consumo divenivano i punti di variazione dell'indice stesso del costo della vita, a cui i salari venivano direttamente adeguati. Dal 1992 la scala mobile non esiste più, nonostante periodicamente si cerchi di reintrodurla. Questo perché la correlazione tra aumento dei prezzi e aumento dei salari portava a una spirale in cui la svalutazione del denaro diventava virtuale. Basti pensare che nel periodo di cui parlavamo se un bene costava 100 nel 1972 valeva oltre 626 nel 1986. Ora l’inflazione è tornata a fare paura, e bisogna intervenire.