Il prossimo rinnovo del contratto nazionale dei bancari sarà una delle trattative più difficili degli ultimi anni. E chi pensa che possa essere affrontata con slogan, dichiarazioni pubbliche o tatticismi comunicativi rischia di commettere un grave errore di valutazione politica. Le banche non si presenteranno al tavolo con un atteggiamento supino. Oggi il settore arriva da anni di utili straordinari, profonde riorganizzazioni, fusioni, chiusure di sportelli e forti trasformazioni tecnologiche. Dietro i numeri record dei bilanci esiste una strategia molto precisa: controllo dei costi, accelerazione digitale, ridefinizione degli assetti occupazionali, ma soprattutto una autonomia organizzativa dei rispettivi gruppi bancari.
Per questo la prossima partita contrattuale richiederà equilibrio, credibilità negoziale e soprattutto capacità di costruire consenso reale tra le lavoratrici e i lavoratori. In questo quadro, alcune modalità comunicative rischiano però di apparire più orientate alla dichiarazione pubblica continua che alla costruzione concreta di iniziative sindacali incisive. Ed è una riflessione che riguarda soprattutto Riccardo Colombani della First Cisl, per un’impostazione comunicativa che, almeno in questa fase, sembra privilegiare la presa di posizione pubblica rispetto ad una più visibile costruzione del conflitto sindacale nei luoghi di lavoro.
Il rischio politico esiste. Perché quando il linguaggio pubblico alza continuamente le aspettative senza che vi sia una corrispondente percezione di iniziativa concreta, si crea inevitabilmente una distanza che i lavoratori colgono molto rapidamente. Nel settore bancario, infatti, il consenso non si misura attraverso le dichiarazioni. Si misura nella capacità di affrontare problemi reali: pressioni commerciali, chiusura indiscriminata di filiali, carichi di lavoro, occupazione, organizzazione del lavoro e tutela professionale dentro una trasformazione sempre più aggressiva del sistema creditizio. Ed è proprio qui che si giocherà la credibilità delle organizzazioni sindacali.
Le banche osservano con attenzione ogni passaggio del confronto. Valutano linguaggi, divisioni, atteggiamenti e capacità di mobilitazione. E in una fase tanto delicata servirebbe probabilmente una linea più prudente, più solida sul piano negoziale e meno esposta al rischio di trasformare il dibattito sindacale in una successione continua di annunci o posizionamenti pubblici.
Anche perché, nel mondo sindacale, c’è sempre qualcuno pronto a utilizzare ingenuità comunicative o valutazioni eccessivamente ottimistiche per costruire convenienze tattiche, piccoli vantaggi organizzativi o ritorni interni a favore di altre sigle. È una dinamica antica, quasi fisiologica, dentro ogni rinnovo contrattuale. E proprio per questo richiederebbe maggiore cautela politica. Perché il prossimo contratto non sarà una competizione retorica. Sarà un confronto duro, lungo e politicamente complesso. E i lavoratori bancari, storicamente, distinguono sempre chi costruisce pazientemente forza contrattuale da chi concentra prevalentemente la propria iniziativa sulla comunicazione pubblica. Non è una questione di stile personale. È una questione politica. Oggi nel sindacato bancario servono capacità strategica, iniziative riconoscibili, radicamento reale nei territori e una visione capace di reggere uno scontro che si annuncia molto più complicato rispetto al passato.
Perché nella prossima stagione contrattuale le banche non concederanno nulla per inerzia. E nessuna dichiarazione, da sola, potrà sostituire il peso della rappresentanza, della credibilità e della forza organizzata. E c’è poi un ultimo aspetto che nel sindacato conta moltissimo: la gestione delle aspettative. Quando una linea comunicativa alimenta continuamente attese elevate, il rischio diventa quello di trasformare ogni eventuale risultato parziale o insufficiente in una delusione collettiva. E la delusione, nel tempo, produce inevitabilmente dissenso, disillusione e perdita di fiducia.
Perché nelle vertenze difficili chi espone di più la propria immagine personale finisce anche per assumersi il peso politico maggiore in caso di esito non soddisfacente. E allora il rischio è quello di ritrovarsi, metaforicamente, con il cerino in mano: dopo molte parole, resterebbe il giudizio concreto delle lavoratrici e dei lavoratori sui risultati realmente ottenuti. Ed è un giudizio che, storicamente, il mondo bancario sa esprimere con grande lucidità. Lo sanno bene i ciclisti, sia dilettanti, sia professionisti: “Finché pedali stai in piedi”. Ma per restare in equilibrio, pedalando in salita, servono tecnica, resistenza e soprattutto gestione dello sforzo. In assenza di queste qualità, la caduta non soltanto diventa inevitabile, ma rischia anche di essere rovinosa e politicamente dannosa. Non soltanto per il ciclista dilettante ma soprattutto per i dipendenti bancari.

