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Economia

 

bazoli cucchiani

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Che in Intesa-Sanpaolo ci siano due visioni diverse di fare banca è un dato di fatto. Da una parte, quella di Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza, prodiano, ancorato a una vecchia (per i tempi che corrono attualmente nel mondo del credito) logica di banca di sistema, pre-Lehman Brothers e pre-crisi del debito. Quella che, per intendersi, ha coinvolto Ca' de Sass nella battaglia per l'italianità delle Generali, nell'operazione Telecom e in quella Alitalia. Dall'altra, invece, quella del Ceo Enrico Cucchiani, ex Allianz molto rispettato nella City londinese, uomo di numeri più orientato al ritorno al core business bancario, logica di rottura col passato che, per non uscire tanto fuori dai confini nazionali, qui in Italia ha ispirato in Mediobanca le svolta (fine dei salotti finanziari) del banchiere Alberto Nagel.

A differenza di quanto raccontato dalle cronache finanziarie di questi giorni, i bene informati spiegano ad Affaritaliani.it come Bazoli avesse ben presente queste differenze di vedute già nel novembre del 2011, quando si prese un mese di tempo per trovare il degno successore alla guida di Intesa dopo l'inaspettato addio di Corrado Passera e la sua scelta ricadde su Cucchiani e sul suo standing internazionale. Skill che, nella testa del banchiere bresciano, avrebbero dovuto aiutare Intesa, molto focalizzata sul mercato italiano, a riequilibrare il suo raggio d'azione, espandendosi invece oltre confine. 

Banca Intesa San Paolo

 

 

Mission internazionale a parte, i bene informati spiegano anche che un confronto sul modo diverso di fare banca fra i due protagonisti della vita di Intesa ci sia già stato nei mesi scorsi, quando il primo istituto di credito italiano ha iniziato a mettere ordine nelle diverse "partite di sistema" nell'era post-Passera, a cominciare da Rcs e da Telco-Telecom.

Par di capire, quindi, che i rumors di queste ore che vogliono Cucchiani in uscita imminente da Intesa siano destituiti di fondamento (come quello di un coinvolgimento di Intesa, orchestrato da BankItalia, nel rilancio di Mps, appena smentito dal prensidente del Cdg Gian Maria Gros Pietro). Anche perché, dichiarazioni infelici a parte (sulla Tassara Di Zaleski rilasciate a Report a inizio settembre), il banchiere milanese con laurea alla Bocconi e master alla Stanford University di punti a suo favore in questi mesi ne ha messi a segno. Come l'aver affidato la responsabilità di tutto il wealth management a Gianemilio Osculati e l'averne pure già raccolto i frutti: la divisione guidata dall'ex McKinsey (come lui) ha sostenuto e sta sostenendo il bilancio di una banca orfana invece di un retail ancora frenato dalla recessione e dalla crescita delle sofferenze. In più, nel confronto al giro di boa della semestrale con la diretta concorrente UniCredit, Piazza Cordusio per una volta ha fatto un po' meglio di Intesa, solo perché la Germania, area ben presidiata dal gruppo di Federico Ghizzoni, è riuscita ad evitare in Europa, a differenza di altri Paesi del Vecchio Continente, le secche della recessione. Considerando la crisi in atto, la semestrale di Intesa non è quindi così deludente come invece qualcuno vorrebbe far sembrare. Il calo di redditività c'è, ma è un problema sistemico tricolore.

 

Enrico Cucchiani (1)

I problemi targati solo Intesa ci sono e sarebbero altri. Hanno più a che fare con il day-by-day della banca, più che sui massimi sistemi. E, questi sì, potrebbero deflagrare nei prossimi mesi, portando a un'uscita dell'ex Allianz se l'azione di Cucchiani non diventasse più incisiva tale da far tornare la banca a una redditività più sostenuta per non far rimpiangere Passera. 

Se i "presunti contrasti" fra Bazoli e il Ceo sono piuttosto da far rientrare all'interno di una comunque normale, seppur dialettica, dinamica aziendale che non ha fatto (ancora) venire meno il rapporto fiduciario, è anche vero che la macchina bancaria di Intesa Sanpaolo (la Banca dei Territori, il core busuness), stando a quanto racccontano ad Affaritaliani.it fonti nel middle management, non sta funzionando a dovere (e sono già circa venti mesi che Cucchiani è saldamente alla tolda di comando dell'istituto).

Per una serie di motivi. Per prima cosa, la Banca dei Territori ha cambiato in meno di due anni ben tre responsabili, giro di poltrone che ne ha pregiudicato l'efficienza, soprattutto in questo delicata fase in cui c'era da registrare invece in maniera abbastanza veloce i cambiamenti del mercato: prima Marco Morelli che ha lasciato il posto poi a Giuseppe Castagna, sostituito infine da Carlo Messina, manager in ascesa, molto stimato anche da Corrado Passera, e che le cronache vogliono ora protagonista di un dualismo con Cucchiani e prossimo a raccoglierne l'eredità (bisogna anche ricordare che è stato lo stesso consigliere delegato, appena entrato in banca, a promuovere subito Messina, prima solo Cfo, alla direzione generale).

 

Carlo Messina

I continui cambi al vertice di una struttura molto pesante (circa 40 mila dipendenti su 96 mila complessivi nella capogruppo, con oltre 40 marchi), alle prese anche con un problema di produttività, ne hanno minato una gestione ottimale. Ora, sembra pure che la riforma organizzativa introdotta da Messina prima dell'estate, snellimento e ridisegno delle deleghe che danno più poteri (su credito e corporate) alle macro-aree regionali, sia bloccata.

"Non si capisce ancora chi comanda in banca", spiega ad Affari una fonte interna che testimonia le difficoltà organizzative del gruppo e che aggiunge come "in Intesa ci vorrebbe un capo azienda presente, in carne ed ossa, com'era Passera". A differenza di Cucchiani che, invece, "non si vede e non si sa nemmeno quale sia la sua visione aziendale".

Infine, anche se Ca' de Sass ha già snellito il personale e chiuso il capitolo esuberi, stando a quanto risulta ad Affari, ci sarebbe anche un problema di costo del personale. Soprattutto alla luce del cambiamento epocale che sta investendo tutto il comparto bancario, dove quasi l'80% delle operazioni passano ormai sul web-banking e i clienti si rivolgono sempre meno agli sportelli (la disdetta anticipata del contratto bancario in sede Abi è un forte segnale in tal senso).

Nell'immediato, messi a regime i nuovi orari nelle filiali (fino alle 20 e apertura anche il sabato), il duo Cucchiani-Francesco Micheli (capo del personale) starebbe cercando di comprimere i costi e di recuperare ora produttività, intervenendo sul polo assicurativo Intesa SanPaolo Vita, circa 660 dipendenti in tutto che, a differenza degli altri, hanno invece il contratto nazionale assicurativo: a differenza di quello bancario, prevede l'orario limitato il venerdì pomeriggio e la fungibilità, ma non il demansionamento. Questo contratto è scaduto all'inizio di quest'anno (l'integrativo addirittura nel 2007 e non è stato mai rinnovato) e stando, a quanto riferiscono fonti sindacali che non nascondono la loro preoccupazione, la banca non intenderebbe rinnovarlo, uscendo, come fatto in Confindustria dall'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, dall'Ania, l'associazione nazionale delle imprese assicuratrici e associazione datoriale di riferimento. Il motivo? Introdurre un modello contrattuale (aziendale) nuovo, in modo tale da avere le mani libere su orario, scatti, assorbimenti e premi aziendali. Regole nuove per limare costi, introdurre più flessibilità e  produttività.

Riuscirà l'assicuratore Cucchiani a ripetere le buone performance messe a segno in Allianz, ad affermarsi anche come valido banchiere e a convincere Bazoli? I prossimi mesi, spiegano sempre dal gruppo, saranno decisivi.

 

 

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