Intesa SanPaolo sta lavorando alla realizzazione di una bad bank interna per isolare i crediti dubbi deteriorati, che nel nel terzo trimestre ha toccato i 55 miliardi lordi e i 30,8 miliardi netti. Sarebbe il primo caso in Italia, dove da tempo si parla di bad bank senza però che alcun istituto abbia fatto il grande passo. Fino a ora.
Intesa, per ora, tace. Ma il Ceo Carlo Messina e il presidente Giovanni Bazoli potrebbero discutere la mossa con gli azionisti in occasione della presentazione del piano strategico, il 28 marzo. La notizia rilancerà il dibattito sull’adozione di una bad bank italiana, sul modello già varato da Irlanda e Spagna. Palazzo Koch e Fmi hanno ne hanno escluso la necessita, ma non sono pochi gli analisti che pensano il contrario.
A essere considerate più vulnerabili non sono i giganti Intesa e Unicredit, che dovrebbero superare senza patemi gli stress test della Bce, ma gli istituti medio-piccoli. Le sofferenze lorde delle banche italiane hanno toccato i 150 miliardi di euro e sono salite del 22% rispetto a un anno fa. Ma se l’ipotesi bad bank nazionale pare lontana, più simile al caso intesa è quello della soluzione interna scelto da Rbs.
In attesa di conferme, gli analisti promuovono l’ipotesi. Secondo Mediobanca Securities, l’istituzione di una bad bank interna “innescherebbe un’ulteriore azione di pulizia” e si mette in scia alle previsioni di Intermonte, secondo il quale Intesa sarà la prima banca italiana a vendere una porzione importante del proprio portafoglio crediti dubbi.

