Iran, per l’Italia non è un grande problema (per ora)
La guerra nel Golfo si sta intensificando e, al momento, non emergono segnali credibili di de-escalation nel breve termine. La chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e Gnl, continua ad alimentare forti tensioni sui mercati energetici, con il greggio in deciso rialzo e un premio geopolitico elevato. Secondo il quadro che si va delineando, tuttavia, l’economia europea e quella italiana non dovrebbero subire, almeno per ora, contraccolpi macroeconomici particolarmente rilevanti.
Il rischio principale resta infatti concentrato sui prezzi dell’energia e sull’inflazione, mentre eventuali effetti più profondi su crescita e politica monetaria dipenderanno soprattutto dalla durata del conflitto e dall’eventuale protrarsi del blocco dei flussi energetici dal Golfo.
Lo rileva un report del Centro studi di Unimpresa, secondo cui lo scenario resta molto teso sul piano geopolitico ed energetico, ma allo stato attuale non si intravede un deterioramento tale da compromettere in modo significativo il quadro economico di fondo dell’Europa e dell’Italia, a meno che la crisi non si prolunghi oltre le prossime settimane.
Comunque, nonostante nel breve termine non si intravedano segnali credibili di de-escalation, il conflitto nel Golfo sta assumendo un profilo più grave e prolungato rispetto a quanto ipotizzato inizialmente. L’intensificazione delle operazioni militari, la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz e l’uso dichiarato della leva energetica da parte dell’Iran stanno trasformando il rischio geopolitico in una concreta riduzione dell’offerta globale di petrolio, distillati e Gnl, con i mercati che già incorporano un forte premio al rischio. Hormuz resta infatti uno snodo essenziale per i flussi energetici mondiali, e l’attuale paralisi del traffico sta incidendo direttamente sulle aspettative di prezzo e sulla percezione di sicurezza degli approvvigionamenti.
Anche il rilascio straordinario di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche internazionali, pur rappresentando un forte argine temporaneo, appare sufficiente solo a contenere gli effetti di uno stop limitato nel tempo. Resta possibile, in linea teorica, una riapertura almeno parziale dei transiti sotto protezione internazionale, ma fino a un cessate il fuoco effettivo la minaccia di droni, missili e mine continua a rendere altamente instabile l’area. Per questo motivo, il premio geopolitico incorporato nei prezzi dell’energia è oggi significativo, anche se potenzialmente reversibile in caso di cessazione delle ostilità e in assenza di danni strutturali permanenti alle infrastrutture. In altre parole, il quadro resta molto teso sul piano militare ed energetico, ma non è detto che debba automaticamente tradursi in uno shock macroeconomico duraturo per l’Europa e per l’Italia.
Ed è proprio questo il punto centrale: pur in presenza di una crisi acuta sul fronte energetico, il quadro macroeconomico europeo e italiano, allo stato attuale, non dovrebbe subire ripercussioni particolarmente rilevanti. «Le nostre stime indicano infatti che, se il rialzo dei prezzi energetici restasse circoscritto e temporaneo, l’impatto sull’inflazione dell’area euro sarebbe contenuto, nell’ordine di circa 0,2 punti percentuali, senza alterare nell’immediato il sentiero di fondo della politica monetaria. Anche alcuni esponenti della Bce hanno segnalato che lo shock petrolifero, pur da monitorare con grande attenzione, non compromette al momento il quadro di base. Sul versante italiano, inoltre, il mercato del lavoro resta solido e i più recenti indicatori congiunturali non suggeriscono un deterioramento tale da cambiare in profondità le prospettive di crescita» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.
”La crisi in Medio Oriente si sta aggravando e rende improbabile una de-escalation nel brevissimo periodo, ma l’economia europea e quella italiana dispongono, almeno per ora, di margini sufficienti per assorbire l’urto senza conseguenze macroeconomiche di particolare entità. Il rischio principale resterebbe quello di un conflitto più lungo del previsto, capace di trasformare una tensione energetica intensa ma transitoria in uno shock persistente su prezzi, fiducia e approvvigionamenti. Finché questo salto di qualità non si materializzerà, il quadro di fondo resta improntato alla cautela, ma non al peggioramento strutturale”, conclude Spadafora.

