Le banche centrali entrano in guerra
La scorsa settimana le banche centrali hanno assunto un orientamento più restrittivo, a fronte dei picchi del prezzo del petrolio e delle crescenti preoccupazioni per l’inflazione legate alla guerra in Iran, con in alcuni casi accenni a possibili aumenti dei tassi di interesse. I timori inflazionistici hanno provocato un’impennata dei tassi di mercato, sia a breve sia a lungo termine. Il conflitto si è ampliato con la distruzione di infrastrutture energetiche.
Quasi un quinto delle esportazioni di gas naturale liquefatto del Qatar potrebbe aver subito danni per un periodo compreso tra tre e cinque anni. Il presidente statunitense Donald Trump ha dato all’Iran un ultimatum di 48 ore per riaprire lo Stretto di Hormuz; in caso contrario, ha minacciato attacchi agli impianti energetici. L’ultimatum, emesso nella tarda giornata di sabato, arriva dopo che lo stesso Trump aveva ipotizzato un possibile “ridimensionamento” del conflitto.
Teheran ha dichiarato che risponderà a eventuali attacchi colpendo infrastrutture vitali, con possibili ripercussioni durature sulle forniture globali di petrolio e gas. I Paesi del G7 potrebbero essere chiamati a garantire la sicurezza dei transiti nello Stretto. Sui mercati, lo S&P 500 ha perso l’1,9% nella settimana. Il rendimento del Treasury decennale USA è salito di 11 punti base, al 4,39%. Sul fronte monetario, la Federal Reserve ha mantenuto i tassi invariati al 3,5%-3,75%, ribadendo che eventuali tagli dipenderanno dall’andamento dell’inflazione.
La BCE ha lasciato i tassi al 2%, mantenendo aperta la possibilità di futuri rialzi. Anche la Bank of England ha lasciato i tassi invariati, adottando però un tono più restrittivo. La Bank of Japan e la Banca nazionale svizzera sono rimaste ferme, con quest’ultima pronta a intervenire sui mercati valutari.
Negli Stati Uniti, invece, nella settimana chiusa al 14 marzo, le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione sono state pari a 205 mila unità, in calo di 8 mila rispetto alla settimana precedente e inferiori alle attese di consenso, fissate a 215 mila. In Cina, la spesa pubblica ha registrato l’avvio d’anno più dinamico dal 2022. Anche l’offerta di moneta in senso ampio è in crescita: a febbraio 2026 si è osservato un incremento del 9% su base annua, segnalando un rafforzamento dell’immissione di liquidità nel sistema.
*Head of Investments & CIO di Pictet Wealth Management

