Il titolo corregge dai massimi di marzo, ma risultati 2025 e piano al 2030 restano il punto di riferimento
Leonardo resta sotto osservazione a Piazza Affari. Il titolo cede l’1,4% dopo aver toccato in avvio un minimo a 55 euro (-2,8% su venerdì). Nelle ultime due settimane la correzione è stata di circa il 13%, dopo i massimi storici oltre quota 64 euro segnati a metà marzo in scia all’aggiornamento del piano industriale.
A pesare sul titolo, secondo gli operatori, sono le indiscrezioni sul rinnovo del vertice in vista dell’assemblea del 7 maggio. Negli ultimi giorni è emersa l’ipotesi che l’ad Roberto Cingolani, in scadenza insieme all’intero cda, possa non essere confermato. Altre fonti, però, indicano ancora la riconferma come scenario principale. Le liste per il rinnovo del consiglio dovranno essere presentate entro il 13 aprile.
Il mercato guarda quindi soprattutto alla continuità manageriale. Leonardo è controllata al 30,2% dal ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre nel flottante pesano i fondi esteri, in particolare nordamericani.
Su questo punto i broker sono chiari. “Se venisse cambiato il ceo di Leonardo sarebbe una sorpresa che il mercato non apprezzerebbe alla luce dei risultati registrati nell’ultimo triennio e dell’impasse strategica che creerebbe un cambio al vertice in un momento storico che necessita di continuità e rapidità di implementazione del piano quinquennale presentato di recente” osservano gli analisti di Equita. Sulla stessa linea Akros, secondo cui la sostituzione di Cingolani sarebbe “negativa e non necessaria per Leonardo”. La banca sottolinea che sotto la sua guida “la società ha costantemente superato i propri obiettivi finanziari”.
I numeri del 2025 restano infatti solidi: ricavi per 19,5 miliardi di euro (+11%), margine operativo lordo a 1,75 miliardi (+18%) e risultato netto a 1,3 miliardi (+15%). Gli ordini annui sono stati pari a 23,8 miliardi, con un portafoglio complessivo salito a 46 miliardi. Il nuovo piano al 2030 stima ordini per 142 miliardi e dividendi per 1,3 miliardi tra il 2026 e il 2028.
È su questo sfondo che il mercato legge le voci sulla governance: in una fase così delicata, per gli analisti la continuità resta un fattore centrale.

