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“L’inflazione potrebbe essere meno transitoria del previsto”: l’esperto lancia l’allarme su dazi, petrolio e mercati

Ad Affaritaliani l’economista analizza l’intesa sui dazi UE-USA al 15%: effetti su imprese, mercati finanziari e crescita economica

“L’inflazione potrebbe essere meno transitoria del previsto”: l’esperto lancia l’allarme su dazi, petrolio e mercati

Mercati tra guerra e dazi: l’analisi di Tognoli su inflazione, petrolio e rischi globali

Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea tornano a infiammare lo scenario economico globale dopo l’accordo sui dazi al 15% siglato da Donald Trump e Ursula von der Leyen. L’intesa, pur segnando una tregua dopo mesi di durissimo scontro tariffario, solleva pesanti interrogativi sui reali effetti per la crescita, le imprese e la stabilità dei mercati del Vecchio Continente in questo complesso 2026.

Sul tavolo restano le forti preoccupazioni per i settori più esposti all’export e i dubbi sulla tenuta di un equilibrio che molti osservatori considerano ancora precario, soprattutto perché condizionato dai venti di guerra in Medio Oriente e dall’imprevedibilità della politica economica della Casa Bianca.

A sciogliere i nodi di questa delicata partita è Antonio Tognoli, economista ed esperto di mercati finanziari, che analizza ad Affaritaliani l’impatto reale dell’intesa, valutando le ricadute immediate sulle aziende e le prossime, inevitabili reazioni dei mercati globali.

L’accordo di Turnberry viene presentato come una svolta per evitare una guerra commerciale con gli Stati Uniti, ma molti in Europa parlano di una resa alle pressioni di Donald Trump. L’Ue ha davvero negoziato da pari a pari oppure ha ceduto per paura di una nuova escalation economica?

“La risposta sta un po’ nel mezzo. Da un lato è vero che l’Europa in parte ha ceduto, dall’altro ha comunque cercato di negoziare partendo da una posizione di forza relativa: 340 milioni di consumatori e un’economia con un PIL dell’area euro intorno ai 18-19 mila miliardi di dollari. 

In questo senso, si può dire che l’Ue abbia tentato un equilibrio tra tutela dei propri interessi e gestione del rischio di escalation. Ben vengano gli accordi, ma resta da vedere la loro stabilità: l’Europa non ha interesse a non rispettarli, mentre bisognerà capire se anche Trump li manterrà nel tempo o se ci saranno nuove dichiarazioni o cambi di linea”.

Con i nuovi dazi al 15% cosa cambia concretamente per l’economia europea? Quali saranno i settori più colpiti e chi finirà davvero per pagare il prezzo di questa intesa tra Ue e Stati Uniti?

“I settori colpiti restano sostanzialmente quelli già esposti in precedenza ai dazi. L’aspetto più importante è che ora esiste una base “certa”, almeno in teoria stabile, su cui le imprese possono fare programmazione.Il punto chiave è proprio questo: l’incertezza è il fattore più dannoso. Sapere che il livello è 15%, invece di oscillare continuamente, permette alle aziende di pianificare investimenti, scorte, finanza e produzione.

I dazi, comunque, impattano entrambi i lati dell’Atlantico: non solo le imprese europee ma anche quelle americane. Una volta fissato il perimetro, l’effetto principale diventa la capacità di adattamento delle aziende.

A livello di mercato, tendono a reggere meglio le imprese che hanno tre caratteristiche: generazione costante di cassa, leadership nel proprio settore e margini EBITDA superiori alla media dei competitor. In questi casi, i dazi incidono nel breve periodo, ma nel medio-lungo periodo l’impatto è più gestibile”.

Dopo mesi di tensioni commerciali, questo accordo chiude davvero lo scontro tra Washington e Bruxelles oppure segna l’inizio di una nuova fase in cui gli Stati Uniti potranno imporre condizioni sempre più dure agli alleati europei?

“Dovrebbe essere la prima ipotesi: un accordo che chiude la fase di tensione e stabilizza i rapporti. Tuttavia, il punto interrogativo resta, perché Donald Trump ha spesso cambiato posizione con dichiarazioni improvvise e non sempre coerenti nel tempo. In teoria, questo dovrebbe essere un punto di arrivo. In pratica, molto dipenderà dall’evoluzione politica negli Stati Uniti e dalla tenuta degli impegni presi”.

Come stanno reagendo i mercati internazionali ai nuovi sviluppi della guerra in Medio Oriente? C’è fiducia nella tenuta dell’economia globale oppure gli investitori stanno ignorando rischi molto seri?

“Anche qui la situazione è intermedia. I mercati stanno scontando lo scenario di una fine relativamente rapida del conflitto e di una riapertura dello Stretto di Hormuz. In questa logica, si prevede che la fase più acuta della guerra possa esaurirsi in tempi brevi.

Tuttavia, si tende a sottovalutare il fatto che anche una fine del conflitto non comporta un ritorno immediato alla normalità. I danni ai flussi logistici e al sistema energetico richiederanno tempo per essere riassorbiti: almeno un anno, probabilmente anche 18 mesi, per ristabilire un equilibrio pieno.Questo implica che il prezzo del petrolio resterà elevato: le stime indicano livelli tra 80 e 90 dollari al barile, non più i 60 precedenti. Di conseguenza, si avrà un aumento dell’inflazione sia negli Stati Uniti sia in Europa.

Il punto centrale è che questa inflazione potrebbe risultare meno transitoria del previsto e iniziare a trasferirsi sull’economia reale. Anche le prospettive sui tassi cambiano: negli Stati Uniti, da attese di tagli si passa addirittura all’ipotesi di un rialzo tra fine 2026 e 2027.

In sintesi, i mercati sono ottimisti sulla fine della guerra, ma probabilmente stanno sottovalutando la durata degli effetti economici. La crescita resta debole — vicina allo zero in Europa e più bassa del previsto negli Stati Uniti — mentre le borse continuano a reggere soprattutto grazie alla liquidità disponibile”.

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