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“Ma la politica della Banca centrale Usa la fa la Cina?”. Parla l’economista Vaciago

“Ma la politica della Banca centrale Usa la fa la Cina?”. Parla l’economista Vaciago

di Andrea Deugeni
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@andreadeugeni

Mentre le Borse europee e quelle asiatiche continuano a scendere con Wall Street che ralizza il peggior crollo dopo i tonfi del 2008 nel post-Lehman, l’economista Giacomo Vaciago (nella foto sotto) spiega ad Affaritaliani.it perché la situazione sui mercati finanziari non è da sottovalutare. E dice: “La Federal Reserve deve alzare i tassi a settembre, altrimenti vorrebbe dire che Pechino decide anche la politica monetaria degli Stati Uniti“.

giacomo vaciago
 

L’INTERVISTA

Le Borse asiatiche e quelle europee continuano ad andar giù. La Cina ha consentito ai fondi pensione di investire parte del proprio patrimonio in gestione e ha tagliato il coefficiente di riserva obbligatorio per le banche per incentivare l’afflusso di capitali in borsa: non c’è il rischio che Pechino alimenti ulteriormente la bolla finanziaria?
“Sì. E’ una misura difensiva in attesa che il governo vari politiche industriali che rafforzino la crescita economica. Ma facciamo un passo indietro”.

Prego…
“Da un mese, si è sgonfiata in Cina in maniera violenta una bolla finanziaria che è stata alimentata dall’immissione sui mercati di liquidità altrui. In particolare, è stata determinante la nomina da parte del primo ministro giapponese Shinzo Abe del presidente della Bank of Japan Haruhiko Kuroda che ha impresso una forte accelerazione sulla politica monetaria espansiva. E’ errata la convizione dei governi nazionali che, disperati, si affidano ai banchieri centrali credendo che la liquidità resti ferma nel Paese dove questo intervento espansivo serve. Il primo quantitative easing l’ha fatto la Fed nel novembre del 2008 e non ne siamo ancora usciti. Poi, a turno, sono seguiti i Qe della Bank of England, della BoJ e a marzo di quest’anno si è mossa per ultima anche la Bce. Non possiamo però affidare la ricostruzione di una città sempre ai pompieri, il cui compito, invece, è soltanto quello di spegnere gli incendi finanziari”.

Quindi, la situazione sui mercati finanziari non si rasserenerà a breve…
“No, perché stiamo pagando gli errori commessi in passato. L’acqua si sta ritirando dalla borsa di Shangai  lasciando sul terreno una miriade di guasti. Così, nell’immediato, Pechino sta reagendo con altri provvedimenti tipo quelli sui patrimoni gestiti dai fondi pensione e sui coefficienti di riserva delle banche cinese che, però, non risolvono alcunchè. Bisogna tornare a capire quando la Cina riprenderà a crescere e con quali politiche inizierà nuovamente a farlo”.

Ma lo sgonfiarsi della bolla di Shangai era previsto da tempo. Cosa non ha funzionato?
“Il tonfo è stato più grave del previsto. I Brics ormai sono tutti in crisi. Il Brasile e la Russia non sono mai andati così male. E in Cina ci si è illusi che grazie alla liquidità giapponese il Paese della Grande Muraglia sarebbe riuscito a garantire i vecchi standard di crescita. Ma la crescita non è un prodotto della liquidità immessa in un sistema economico. Servono politiche fiscali espansive e, soprattutto, politiche industriali. Azioni più difficili da mettere in campo. La risposta monetaria non serve a nulla”.

*BRPAGE*

E il forte contagio sulle borse europee è giustificato? Perché a Piazza Affari cadono anche i titoli di società che con la Cina non hanno niente a che fare?
“E’ chiaro che si tratta di panic selling, anche da assenza di politica economica forte del governo Renzi e dell’Europa”.

Da quale area valutaria potrebbe arrivare una prima risposta strutturale in grado d’invertire questo trend finanziario?
“Il G20 è l’organo giusto per intervenire, perché la crisi è globale. Poi  Eurolandia deve prendere consapevolezza delle conseguenze della bolla cinese e dei rimedi da mettere in campo. Non è possibile che Bruxelles abbia speso 8 mesi per discutere di Grecia quando l’import-export Ue-Cina è dieci volte quello che l’Unione ha con Atene. Il panico dei mercati è conseguenza del sentirsi abbandonati a se stessi in presenza di guai maggiori rispetto a quello ellenico. Nel dubbio, gli investitori vendono”.

In questo scenario, come si comporterà il presidente della Bce Mario Draghi visto che l’euro forte rischia vanificare gli sforzi dell’Eurotower sul fronte dell’inflazione?
“Draghi farà buon viso a cattivo gioco. Ma non è neanche lui il pompiere del mondo“.

E il presidente della Federal Reserve Janet Yellen rinvierà ancora a settembre il rialzo del costo del denaro Usa?
“Sarebbe gravissimo, perché vorrebbe dire che Pechino decide la politica monetaria degli Stati Uniti. Il che significherebbe che possiamo chiudere la Fed, istituzione che, al contrario, deve ritrovare il desiderio di far sapere di esistere e non subire le conseguenze dello sgonfiarsi della bolla cinese. Non è possibile che il Qe dura da più di otto anni. Deve far sapere ai mercati di aver intrapreso la sua exit strategy di ritorno alla normalità”.