Crisi dello Stretto di Hormuz: cosa significa per gli investitori orientati al reddito
L’attuale conflitto in Medio Oriente ha messo in difficoltà operatori di mercato e policymaker. Sebbene la situazione sia soggetta a cambiamenti improvvisi, l’attuale stallo nello Stretto di Hormuz fa ritenere improbabile una soluzione rapida e globale. Si profila invece, con elevata probabilità, un allentamento graduale e disordinato delle tensioni, mentre la pressione continua ad aumentare nei mercati energetici e nelle catene di approvvigionamento, ripercuotendosi sui consumatori sotto forma di prezzi più elevati.
Su un’altra direttrice, l‘uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec indica l’emergere di fratture più ampie all’interno dei tradizionali quadri di approvvigionamento petrolifero, complicando ulteriormente un mercato in cui la determinazione dei prezzi sta diventando più difficile a causa delle interruzioni dell’offerta e del crescente ricorso a leve geopolitiche nel tentativo di influenzare i flussi.
Stallo a Hormuz, l’ultimo di una serie di shock inflazionistici
L’attuale crisi si inserisce in un quadro più ampio che si protrae dal 2020, in cui i mercati hanno assorbito quattro shock distinti: Covid, Ucraina, dazi e ora Iran. Inizialmente considerati transitori, questi fattori hanno introdotto insieme attriti persistenti che hanno rafforzato un regime strutturalmente più inflazionistico. L’attuale blocco dello Stretto di Hormuz, guidato dagli Stati Uniti, si è dimostrato efficace, limitando in modo significativo la capacità di esportazione dell’Iran e, di conseguenza, la sua capacità di sostenere i livelli di produzione. Ci vorrà del tempo per ricostituire le forniture di GNL e petrolio andate perse, lasciando un contesto operativo più instabile e rafforzando la probabilità che l’inflazione persista.
Non si tratta solo di una questione regionale. Sebbene possa essere facile indicare l’impatto immediato avvertito in Asia e in Europa, il circolo vizioso che coinvolge gli Stati Uniti sta diventando sempre più chiaro. Il petrolio è presente in tutta la catena di approvvigionamento, dal trasporto merci e dall’aviazione fino agli imballaggi e ai fertilizzanti, con costi di produzione più elevati che si ripercuotono direttamente sui beni di uso quotidiano e gravano sui consumatori. La pressione si fa sentire alle stazioni di rifornimento, alle casse dei supermercati e nelle tariffe aeree. Fattori di produzione come la nafta, utilizzata nella plastica e negli imballaggi, i fertilizzanti come l’urea, che sono alla base della produzione agricola, e il cherosene per il rifornimento delle compagnie aeree sono tutti in ultima analisi collegati al prezzo del barile di greggio. Man mano che questi costi aumentano, si ripercuotono su tutto il sistema, rafforzando la pressione inflazionistica a livello delle famiglie.
Il ciclo di Warsh
Parallelamente a questo contesto si sta verificando quello che potrebbe essere descritto come il “ciclo di Warsh”. Sebbene Jerome Powell, presidente della Fed fino al 15 maggio, rimarrà nel Consiglio dei governatori, l’evoluzione della composizione della Fed sotto la guida del nuovo presidente Kevin Warsh potrebbe spingere la Fed verso tagli dei tassi anticipati o più profondi, anche in un contesto inflazionistico. Ciò potrebbe rendere più ripida la curva dei rendimenti, in particolare con il mutare delle dinamiche fiscali.
Questo effetto potrebbe manifestarsi in molte grandi economie. Con la Germania che sta aumentando la spesa per la difesa e una più ampia espansione fiscale in corso, ad esempio, prevediamo una sorta di stallo fiscale che continuerà a esercitare una pressione al rialzo sui rendimenti a lungo termine e ad aumentare il costo del denaro.
Reddito: le implicazioni per gli investitori
Soddisfare l’esigenza di un reddito protetto dall’inflazione richiede un approccio diverso, alla luce del contesto descritto sopra. Così come l’aumento dei costi dei fertilizzanti può ridurre i rendimenti naturali delle colture e rendere più difficile mantenere la produzione, anche per gli investitori la sfida consiste nel preservare sia il rendimento naturale del portafoglio sia il reddito reale, corretto per l’inflazione.
In un contesto come questo, diventa sempre più importante adottare un approccio di portafoglio capace di generare un rendimento naturale costante da un flusso diversificato di attività, senza però sacrificare la crescita del capitale. Ora è fondamentale guardare oltre i tradizionali comparti delle asset class e accedere a un insieme più ampio di opportunità. Concentrandosi su strategie in grado di offrire un rendimento naturale affidabile, sostenuto da ritorni corretti per il rischio di credito e per la duration, e costruite su un portafoglio globale e diversificato di asset, gli investitori possono trovarsi in una posizione più solida per generare un flusso di income reale più stabile e prevedibile.
*Multi-Asset Fund Manager, Schroders

