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Mentre l’Opec si spezza, l’Europa continua a pagare in dollari

L’uscita degli Emirati dall’OPEC riallinea il sistema petrolifero globale a vantaggio di Washington. Roma e Bruxelles hanno una scelta da fare: subire il riallineamento, oppure costruire finalmente l’architettura europea di pricing in euro che doveva nascere già nel 2018. La finestra è stretta.

Mentre l’Opec si spezza, l’Europa continua a pagare in dollari
Ursula Von Der Leyen

Mentre l’Opec si spezza, l’Europa continua a pagare in dollari

Il primo maggio 2026 passerà alla storia per ragioni che hanno poco a che vedere con la giornata dei lavoratori. È il giorno in cui gli Emirati Arabi Uniti hanno formalizzato l’uscita dall’OPEC, ponendo fine a un’appartenenza che durava dal 1967 e segnando la prima vera frattura strutturale del cartello dalla rottura sovietica del 1986. Non si tratta di un attrito contingente sui livelli di produzione. È una scelta strategica di lungo periodo, e va letta come tale: Abu Dhabi abbandona il modello del cartello disciplinato per assumere il ruolo di produttore solitario, ad alta capacità installata, allineato con gli Stati Uniti nel quadro degli Accordi di Abramo, orientato a monetizzare oggi al massimo le proprie riserve per finanziare la diversificazione di domani.

La frase di un diplomatico del Golfo, ormai circolante negli ambienti finanziari internazionali, è la sintesi più efficace della frattura: Riyadh vuole controllare il prezzo, Abu Dhabi vuole controllare il futuro. Due strategie incompatibili dentro lo stesso schema. La prima si fonda sul mantenimento di prezzi alti attraverso il controllo dell’offerta e tutela un’economia, quella saudita, che ha bisogno di massimizzare il valore unitario del barile. La seconda si fonda sulla massimizzazione dei volumi e sull’aggancio strategico al sistema atlantico, e serve a un’economia, quella emiratina, che ha già operato la sua diversificazione verso finanza, tecnologia e logistica, e che considera ormai la posizione di produttore petrolifero come una rendita transitoria da convertire in capitale di altra natura.

Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la prima reazione istintiva è di soddisfazione. La diversificazione dei fornitori è una buona notizia per chi importa. Un cartello frammentato negozia peggio di un cartello coeso. Il prezzo di equilibrio dovrebbe scendere, almeno nel medio periodo. Gli Accordi di Abramo, dei quali siamo interlocutori favorevoli, hanno trovato un baricentro nuovo nel Golfo, e questo rafforza l’architettura di sicurezza occidentale in un’area strategica. Tutto vero. Tutto utile. Tutto, però, parziale.

Perché qui interviene la lettura strategica più scomoda, ed è quella che voglio proporre ai lettori di questa testata. La cosiddetta contro-OPEC in salsa americana che alcuni osservatori vedono delinearsi all’orizzonte, fondata sull’asse Stati Uniti-Emirati-Israele e su una rete di produttori allineati con Washington, non è automaticamente un vantaggio per l’Europa. È, più precisamente, la sostituzione di un cartello geograficamente diversificato con un cartello geopoliticamente allineato a un solo polo.

Nel primo caso l’Europa negoziava con interlocutori multipli, ciascuno con la sua agenda, e poteva giocare di posizionamento. Nel secondo caso si trova di fronte a un blocco coordinato che è anche, contemporaneamente, il blocco da cui dipende per la sicurezza militare, per la garanzia di accesso ai mercati dei capitali, per l’integrazione tecnologica. La leva negoziale dell’importatore europeo, paradossalmente, diminuisce.

A questa considerazione strutturale se ne aggiunge una operativa, che merita di essere detta da chi ha avuto la responsabilità di seguire dossier di sicurezza nazionale prima di tornare a fare l’osservatore. La weaponization del dollaro come strumento sanzionatorio non è più, dal 2022, un’ipotesi teorica. È prassi consolidata, e si è estesa progressivamente da perimetri inizialmente circoscritti — Iran, Corea del Nord, Russia — a perimetri sempre più ampi che coinvolgono attori economici terzi attraverso il meccanismo delle sanzioni secondarie.

Per gli operatori industriali italiani questo significa una cosa molto concreta: ogni transazione commerciale denominata in dollari, anche se non riguarda direttamente parti sanzionate, transita attraverso il sistema dei pagamenti americano ed è soggetta a un giudizio di compatibilità che si esercita a Washington e non in Europa. È una sovranità economica delegata. Per cinquant’anni l’abbiamo accettata come prezzo dell’integrazione transatlantica. Oggi quel prezzo è cresciuto, e va valutato senza retorica ma anche senza autocensura.

La domanda strategica che nessuno sta facendo in Italia ad alta voce è dunque la seguente. Se il sistema petrolifero globale si sta riallineando dal lato dell’offerta — con la frattura OPEC, l’attivismo emiratino, l’accelerazione del petroyuan che ha portato il quarantacinque per cento delle vendite Aramco verso la Cina a essere regolato in renminbi, il commercio Russia-Cina denominato per oltre il novanta per cento in valute non dollaro — perché l’Europa continua a comportarsi, dal lato della domanda, come se nulla stesse cambiando? Importiamo circa quattrocento miliardi di euro l’anno di combustibili fossili. Li paghiamo, nella loro quasi totalità, in dollari. Siamo il primo importatore mondiale netto di idrocarburi. E siamo l’unico grande blocco economico globale che non ha ancora cominciato seriamente a porsi la questione di come ridurre questa vulnerabilità strutturale.

La risposta non è la rottura del sistema atlantico, e va detto subito per evitare letture caricaturali. La risposta è la costruzione di opzioni di resilienza dentro il sistema esistente, esattamente nella stessa logica con cui l’Unione Europea ha sviluppato negli ultimi quattro anni la propria agenda di autonomia strategica nel campo della difesa, dell’energia rinnovabile, dei materiali critici e dei semiconduttori. Non contro l’alleato, ma in profondità sulla capacità di assorbire shock unilaterali e di disporre di leve di negoziato in scenari di crisi.

Costruire un benchmark europeo in euro sui prodotti raffinati — gasolio, kerosene, benzine — sui mercati fisici già consolidati di Amsterdam-Rotterdam-Anversa e degli hub mediterranei. Promuovere, attraverso Eni e attraverso la rete diplomatica, contratti di lungo periodo con i fornitori mediterranei e africani che prevedano la doppia denominazione USD/EUR come opzione contrattuale. Sostenere l’agenda della Banca Centrale Europea sull’euro digitale wholesale come infrastruttura di regolamento per le transazioni energetiche. Costruire con Giappone e Regno Unito un’iniziativa multilaterale di Price Reporting che riduca la dipendenza globale dalle due sole agenzie anglosassoni esistenti.

Sono quattro mosse tecniche, non quattro mosse politiche. E sono tutte già state pensate, scritte e proposte in sede europea: l’ultima volta dalla Commissione nella Comunicazione del dicembre 2018 sul rafforzamento del ruolo internazionale dell’euro. Quel documento è rimasto lettera morta per sette anni. La differenza è che oggi, dopo la guerra in Ucraina, la weaponization del dollaro, il salto del petroyuan e la frattura emiratina dell’OPEC, la finestra politica per riprendere quell’agenda si è aperta come non era mai accaduto prima. Lo dimostra il fatto che l’Eurogruppo del sedici febbraio scorso ha messo per la prima volta all’ordine del giorno, con presentazione del Commissario Dombrovskis, il rafforzamento del ruolo internazionale dell’euro come tema di sovranità monetaria europea. Il dossier è ufficialmente aperto. Manca l’occupazione.

E qui arriva la parte che riguarda l’Italia. Roma ha, in questa partita, una posizione naturale di vantaggio comparato che non sempre viene riconosciuta nel dibattito pubblico nazionale. Disponiamo in Eni di uno dei pochissimi operatori integrati europei con presenza diretta nei principali paesi produttori del Mediterraneo allargato e dell’Africa subsahariana. Disponiamo in Snam del principale operatore infrastrutturale europeo del gas. Disponiamo nel Gestore dei Mercati Energetici di una piattaforma di trading nazionale di qualità tecnica riconosciuta. Disponiamo del Piano Mattei come cornice politica di rilancio del rapporto fra Italia e Africa. E disponiamo di un Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che siede al tavolo dell’Eurogruppo e dell’Ecofin con la credibilità tecnica per articolare una posizione italiana originale su un dossier dove finora hanno dominato le posizioni francesi e tedesche, entrambe a loro modo insoddisfacenti.

Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, l’ha ripetuto pubblicamente in più occasioni con una formula che ha ormai assunto valore di lettura paradigmatica: il prezzo dell’energia riflette sempre più la geopolitica, non solo la domanda e l’offerta. È la formulazione operativa, da parte del principale operatore industriale italiano del settore, della stessa tesi che qui sostengo. Significa che la consapevolezza esiste, l’analisi è condivisa, gli strumenti sono disponibili. Manca soltanto la decisione politica di trasformare la consapevolezza in agenda.

Daniel Yergin, da cinquant’anni il più rispettato analista globale dei mercati energetici, ha chiuso una sua recente intervista con una frase che vale come epigrafe della stagione che si apre: stiamo entrando in un’era in cui la sicurezza energetica sarà definita da relazioni bilaterali più che da istituzioni multilaterali. In un mondo del genere, chi pre-costruisce architetture di pricing autonome durante la fase di transizione è destinato a beneficiare della rendita di posizione che si forma nel sistema riallineato. Chi non lo fa, paga la rendita altrui.

La frattura dell’OPEC del primo maggio non è una notizia di geopolitica del petrolio. È una notizia di architettura monetaria internazionale. L’Europa ha davanti una scelta, e la finestra per esercitarla è di ventiquattro mesi, non di più. Si tratta di decidere se essere il blocco economico che paga ancora in dollari il cento per cento della propria bolletta energetica fra dieci anni, oppure di essere il blocco economico che ha avuto la lucidità di costruire, in tempo, gli strumenti per pagarne almeno una quota in euro. Non è una battaglia per sostituire il dollaro. È una battaglia per non subirne tutti gli effetti collaterali quando l’alleato che ce lo presta decide, legittimamente, di usarlo nel proprio interesse. È molto meno ambizioso di quanto sembri. È molto più urgente di quanto si dica.