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Mercato cauto, Poste giù in Borsa dopo il lancio dell’opas su Tim che sale del 4%

Mercato cauto, Poste giù in Borsa dopo il lancio dell’opas su Tim che sale del 4%
Mercati Finanziari

Il mercato è cauto sulla mossa di Poste che ha lanciato un’Opa totalitaria su Tim per un controvalore di 10,8 miliardi di euro. Se i titoli di Tim  sono in rialzo di circa il 4% quelli di  Poste Italiane perdono il 7% in una giornata comunque difficile per le Borse mondiali. Tim sorpresa dalla mossa, un segreto molto ben custodito dall’ad di Poste Matteo del Fante e dai suoi manager,  ha convocato un cda straordinario per esaminare l’offerta difficilmente respingibile vista l’ampia partecipazione del governo italiano. Poste infatti è controllata al 65% dal Mef e da Cdp e quindi la strategia è di riportare un asset importante come le tlc, anche se senza la rete fissa di accesso venduta a Kkr (ma anche in questo caso con una buona partecipazione da parte del governo Mef 16% e il fondo F2i al 10%) per coprire il debito mostre che l’assurda privatizzazione di TELECOM ITALIA nel 1997 sotto il governo di Romano Prodi, aveva prodotto.

Poste ha convocato una assemblea straordinaria il 18 giugno per l’approvazione  data per scontata a meno di problemi Antitrust, dell’operazione. Ora Poste e tlc sono dunque destinate a tornare insieme come era fino agli anni ’90. Quanto dalla fusione di Sip con altre aziende del settore (Iritel, Italcable, Telespazio) nasce Telecom mentre l’amministrazione postale diventa Poste Spa nel 1998.  La prima, le tlc erano molto desiderate dagli investitori privati, che poi in 30 anni l’anno riempita di debiti, mentre Poste era vista come una attività destinata a finire. Telecom è stata la maggior privatizzazione della storia italiana un’operazione da oltre 13 miliardi di euro, ossia 26mila miliardi delle vecchie lire.

Il vero problema nasce nel 1999 quando, sotto il governo di Massimo D’Alema, viene dato il via libera alla scalata ostile di Roberto Colaninno e di altri imprenditori bresciani. Una operazione fatta a debito che lascia la società con una montagna di passività che si è trascinata fino alla vendita della rete fissa al fondo Usa Kkr per 22 miliardi di euro. Diversa la storia di Poste che da cenerentola è diventata principessa riorganizzando i processi interni e diversificando i servizi portando anche quelli finanziari all’interno della capillare rete di uffici postali (13mila) rimasti a presidiare il territorio.

Nel 2015 avviene il collocamento in Borsa di un’azienda già risanata e poi la trasformazione. Artefice di quest’ultima Matteo Del Fante, manager con un passato in Jp Morgan, Cdp e Terna, che dal 2017 ha promosso la diversificazione trasformando gli uffici postali in centri multiservizi: pacchi, rinnovo passaporti, vendita contratti elettrici, tlc (Poste Mobile) e prodotti finanziari. In questo caso si vede come  un’azienda gestita dal pubblico ( tra cui anche Enel ed Eni sono esempi virtuosi)  ha performato molto meglio di quella gestita dai privati (oltre a Colannino anche Tronchetti Provera e poi Vivendi) che hanno pensato solo a spolparla lasciandola con 26 miliardi di euro di debiti.