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Economia
Intesa riparte dai bancari. La ricetta anti-scalata di Messina

di Andrea Deugeni

Nella tana dei lupi ha pure ricevuto qualche applauso. Forse è stata soltanto una captazio benevolentiae e bisogna vederlo alla prova dei fatti (esuberi, taglio filiali e adeguamenti salariali), però nel suo intervento è sembrato convincente. Invitato in un question time al ventesimo congresso nazionale della Fabi, il principale sindacato dei bancari, il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo Carlo Messina, incalzato dal segretario Fabi Lando Sileoni (che si prepara ad essere riconfermato nella carica) è stato molto abbottonato sui dettagli del nuovo piano industriale che la prima banca italiana si prepara a presentare al mercato il 28 marzo (dopo il Cdg del 27). Niente rivelazioni, a una domanda di Affaritaliani.it, sul numero complessivo delle filiali a fine piano ("ora sono fra 4000 e 3700, ma arriveranno a 3700 a fine 2014", ha detto) per comprimere la voce costi e niente anticipazioni di come sarà il bancario moderno nell'era digital. Una figura che dovrà seguire il cliente anche fuori dagli sportelli per offrirgli servizi che andranno al di là dei tradizionali prodotti bancari. Il tutto per ritrovare e spingere la via della redditività erosa da un costo del credito che rimane alto.

Messina non ha alzato il velo su nuovi dettagli delle prossime strategie. Però, in un contesto che sulla carta è ostile (in sede Abi al momento le posizioni delle parti sociali sul rinnovo del contratto sono "agli antipodi e inconciliabili" e le pressioni del mercato sono per una progressiva digitalizzazione delle banche che rende necessari recuperi di produttività del personale - "in eccesso in Intesa", ha precisato Messina), il banchiere romano ha spiegato piuttosto qual è stata la filosofia che lo ha ispirato nello stendere il nuovo piano industriale. Filosofia che è piaciuta ai 2.000 delegati della Fabi presenti in sala all'hotel Ergife della Capitale. Anche perché con il suo modus operandi, Messina ha segnato un momento di discontinuità rispetto alla gestione "solitaria" di Enrico Cucchiani. Banchiere poco orientato invece al gioco di squadra.

"Al momento del mio insediamento (inizio ottobre, ndr) - è stato l'incipit di Messina- sono partito dal tenere in considerazione due voci: la capitalizzazione di borsa di Intesa, circa 25 miliardi di euro, inferiore a quella di UniCredit, ai 35 miliardi di Deutche Bank e del Credit Suisse e ai 80-100 miliardi di Santander e Hsbc, valore che rendeva Intesa vulnerabile e che ne metteva a rischio quindi l'indipendenza. E poi, seconda voce, il livello di motivazione del personale che negli ultimi due anni aveva raggiunto un picco minimo".

Messina ha fatto capire che il rischio take over di una banca ben patrimonializzata, con eccesso di liquidità e appetibile sul mercato come Intesa-Sanpaolo era il primo problema a cui bisognava dare subito una risposta. Come farlo? Disegnando un nuovo piano industriale (l'ultimo risale a quello di Corrado Passera ancora nel lontano 2010, un'altro contesto di mercato) che valorizzasse appieno le persone (il vero valore della banca", ha detto) per azionare in maniera efficace quella che è la leva principale per aumentare la redditività di un istituto di credito (e permettere anche di assorbire l'eccesso di capacità produttiva di un gruppo che conta circa 65mila dipendenti solo in Italia). E cioè la relazione del personale con la clientela, a cui vendere sempre di più servizi ("creando un nuovo mestiere nel fare il banchiere", è lo slogan sia in sede sindacale sia in sede Abi) e il focus sul modello di banca commerciale.

Messina ha così deciso di motivare i dipendenti coinvolgendoli nella stesura del piano industriale (questionario inviato a 1000 manager del gruppo) e annunciando 200 esuberi nel management per rimettere in moto in Intesa il processo di sviluppo delle carriere, "liberando così energie, perché a cascata molti capissero all'interno della banca che era possibile diventare capi". In sintesi, per Messina "le persone sono il vero valore della banca, perché tutto nasce dal saper gestire la relazione col cliente" non è soltanto uno slogan, ma un modo per accrescere la redditività di un istituto di credito, farne crescere la capitalizzazione di borsa e mettere al sicuro il gruppo dagli appetiti stranieri. Preservandone così l'indipendenza, valore che dovrebbe stare a cuore anche ai dipendenti, perché una proprietà straniera "non avrebbe certo lo stesso livello di attenzione", ha precisato Messina.

Per il momento, l'ex direttore finanziario di Ca' de Sass promosso a consigliere delegato dalle fondazioni azioniste e da Giovanni Bazoli sta avendo ragione, perchè gli investitori che gettonano un'azienda in cui il "management crede nel proprio personale", in Intesa stanno arrivando (vedi BlackRock salito al 5%). E la capitalizzazione è salita ora a 38 miliardi, "seconda azienda in Italia dopo l'Eni, superando UniCredit e Deutsche Bank". Scalare Intesa in questo momento sarebbe più oneroso rispetto a solo sei mesi fa.

 

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