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Economia
Mezzogiorno è la Grecia d’Italia. C'è chi rimpiange Bassolino e...

Il Mezzogiorno è la Grecia d’Italia. Dati alla mano, quelli del Rapporto Svimez 2015, anzi, sta molto peggio di Atene: il Paese ellenico, dal 2000 al 2013, è cresciuto del 24%, il nostro Sud quasi della metà, solo il 13%.

E, se si confronta con la media delle regioni dell’Europa a 28, che si assesta sul 53,6%, il dato è ancor più sconfortante. Perché il Mezzogiorno italiano segna oltre 40 punti percentuali in meno. Inoltre, dal 2017 al 2014, le regioni meridionali hanno bruciato 51,6 miliardi di Prodotto interno lordo. E il futuro è una cambiale in bianco.

Una domanda a Matteo Renzi : lei, leader del PD, i cui esponenti amministrano tutte le regioni del Mezzogiorno, è preoccupato, oppure indifferente, di fronte al rischio incombente di desertificazione industriale, con la conseguenza che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire alle aree meridionali di agganciare la ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente ?

Di recente, il Comitato olimpico americano e il Sindaco di Boston hanno rinunciato ad organizzare i Giochi 2024 : sarebbero costati troppo ai contribuenti. E, invece, il nostro governo insiste nel sostenere la candidatura olimpica di Roma, capitale di un Paese, di cui fa parte anche il Mezzogiorno, dove hanno perso il lavoro, tra il 2008 e il 2014, ben 576 mila persone delle complessive 811 mila. E, solo in Campania, sono saltati 150 mila posti di lavoro.

I più penalizzati sono le donne e i giovani: per questi ultimi, in particolare, si parla di una “frattura senza paragoni in Europa“.Tornare indietro ai livelli di quasi 40 anni fa testimonia, da un lato, il processo di crescita mai decollato ; dall’altro, il livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale e la modifica della geografia del lavoro.

L'aspetto, che rende più sconcertante e paradossale l'immobilismo e l'indifferenza dell'esecutivo attuale, come di quelli precedenti, sui drammi sotto il Garigliano, impietosamente fotografati dalla Svimez, è questo : i "cacicchi", di dalemiana memoria, che governano, o si sforzano di farlo, burocraticamente, senza slancio e passione, le regioni meridionali sono tutti del PD. Anzi, alla luce del deludente risultato dei democrat al Nord, alle amministrative, i voti registrati nel derelitto Mezzogiorno consentono di guidare il primo partito del Paese a Renzi. Al quale i "viceré" sudisti dovrebbero avanzare rivendicazioni comuni e progetti concreti  anzichè tramare contro di lui, bocciandone tutte le proposte e perseguendo l'obiettivo, velleitario, di formare il nucleo di un nascente minipartito del Sud.

Di recente, uno storico eminente, Giuseppe Galasso, rivalutando persino la Sindacatura del Comandante Achille Lauro, ha sostenuto che, per Napoli, si è fatto molto di più nel trentennio 1960-'90 rispetto a prima e a dopo.

Anzichè vestire i panni dei Masanielli, anche alla luce del flop di Gigino de Magistris nel capoluogo partenopeo, i Governatori non si preoccupino solo di sistemare i forestali calabresi, ma presentino a Roma proposte innovative e credibili. E dimostrino a Renzi capacità di gestione delle risorse, che in passato è mancata, in primis nella spesa dei fondi, provenienti da Bruxelles.

Secondo Confindustria, soltanto tra 10 anni, ci sarà la possibilità di vedere segnali di ripresa economica nel Mezzogiorno. Ma, per risalire la china, dovrebbe, finalmente, emergere una classe politica più preparata, più onesta, più efficiente, che non si accontenti di elemosine o di gestire, senza coraggio e senza ambizioni, i propri orticelli elettorali, continuando a subire decisioni assunte fuori e, spesso, contro il Mezzogiorno.

Il quadro politico non autorizza molte speranze. Nel PD, anche giovani dirigenti di Napoli, vicini a Renzi, ammettono una totale disaffezione dell'opinione pubblica e dei simpatizzanti, nei confronti del partito, in vista della sfida per il Comune  della prossima primavera. E, mentre a destra rimpiangono Lauro, a sinistra cominciano a rivalutare la lunga, e tutt'altro che brillante e positiva, egemonia, prima al municipio e poi alla Regione, di don Antonio Bassolino.

Pietro Mancini

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