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Intesa Sanpaolo, inflazione al 3,8% e crescita allo 0,4%: il Medio Oriente pesa sull’economia italiana

Foresti (Intesa Sanpaolo): “Anche l’Europa deve fare la sua parte. È necessario e urgente rilanciare gli investimenti continentali in autonomia strategica, innovazione e sicurezza energetica, anche attraverso debito comune”

Intesa Sanpaolo, inflazione al 3,8% e crescita allo 0,4%: il Medio Oriente pesa sull’economia italiana
Intesa Sanpaolo, sede


Intesa Sanpaolo, prezzi in rialzo e crescita allo 0,4%: il conflitto in Medio Oriente frena consumi e investimenti e pesa sull’economia italiana

Se il conflitto in Medio Oriente dovesse concludersi entro metà maggio, con una graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, l’Italia potrebbe registrare un’inflazione intorno al 3,8% su base annua e una crescita del Pil limitata allo 0,4%. È lo scenario delineato da Giovanni Foresti, responsabile Regional Research di Intesa Sanpaolo, intervenuto al Festival Treviso Città Impresa. “Se il conflitto in Medio Oriente dovesse finire entro metà maggio, con una graduale apertura dello Stretto di Hormuz, in Italia ci aspettiamo un’inflazione al 3,8% circa su base annuale, leggermente superiore alla media europea”, ha spiegato Foresti. “Una percentuale che porterà a una crescita inferiore rispetto al previsto, dovuta a un minore potere d’acquisto e quindi a una minore dinamica dei consumi, ma anche a condizioni finanziarie meno accomodanti e quindi a un rallentamento degli investimenti”.

Il quadro resta però altamente incerto e strettamente legato all’evoluzione geopolitica. “Ci aspettiamo una crescita del Pil dello 0,4%, ma potrebbe essere superiore se il conflitto terminasse prima e lo Stretto di Hormuz si aprisse prima”, ha aggiunto. Al centro dell’analisi c’è il tema della dipendenza energetica italiana, che rende il Paese particolarmente vulnerabile agli shock internazionali. “L’energia incide maggiormente in Italia rispetto ad altri Paesi dell’Ue. La nostra dipendenza energetica è del 74%, contro una media europea del 57%”, ha sottolineato Foresti.

Le conseguenze, però, non saranno uguali per tutti i settori. “Alcuni, paradossalmente, ne possono trarre vantaggio, come l’oil & gas e la relativa componentistica, ma anche le imprese dell’economia circolare e la filiera delle rinnovabili”. Più complessa la situazione per altri comparti: “I settori più penalizzati dipendono dall’intensità energetica della produzione, dalla domanda, dall’esposizione ai mercati del Medio Oriente e dalla continuità delle catene di approvvigionamento”. Il legame con l’area mediorientale riguarda non solo l’energia ma anche le materie prime. “Dal Medio Oriente importiamo non solo petrolio e gas, ma anche alluminio, fertilizzanti e chimica di base”, ha ricordato Foresti, evidenziando come le imprese italiane abbiano oggi un’esposizione all’export verso quell’area pari al 3,3%.

In questo contesto, le priorità per il sistema produttivo sono chiare: “Diversificazione dei mercati di sbocco, revisione dei processi commerciali e investimenti in innovazione”. Un percorso che passa anche dal rafforzamento delle competenze: “Gli investimenti in nuove tecnologie devono accompagnarsi a una maggiore capacità di innovare e a un più alto livello di formazione del capitale umano”. Un esempio emblematico è rappresentato dall’intelligenza artificiale: “L’utilizzo evoluto di questo strumento si deve accompagnare a forti investimenti sul capitale umano e a una maggiore capacità di trattenere e attrarre talenti”.

Infine, il richiamo all’Europa. “Anche l’Europa deve fare la sua parte. È necessario e urgente rilanciare gli investimenti continentali in autonomia strategica, innovazione e sicurezza energetica, anche attraverso debito comune”, ha concluso Foresti, sottolineando come ogni anno circa 500 miliardi di euro di risparmi europei finiscano negli Stati Uniti, contribuendo a finanziare innovazione e crescita fuori dal continente.