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Economia
Opel (Psa) taglia altre 2.100 tute blu. E ora scatta la paura per Fca

Opel, marchio automobilistico tedesco passato nel marzo 2017 dal gruppo General Motors a Psa per 1,3 miliardi di euro (nell’ambito di un’operazione da complessivi 2,2 miliardi di euro che ha coinvolto anche il marchio “gemello “Vauxhall, riservato al mercato britannico), ha annunciato ufficialmente la riduzione di altri 2.100 posti di lavoro in Germania attraverso un piano di prepensionamenti.

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La notizia, anticipata da Bloomberg che ha parlato di un taglio fino a 4.100 posizioni entro il 2029 (i primi 2.100 entro il 2025 secondo le indiscrezioni diffuse dall’agenzia), dovrebbe far riflettere sindacati e politici italiani, visto che dal passaggio di Opel dagli americani ai francesi la forza lavoro tedesca era stata già ridotta di 6.800 unità (oltre ad altri 700 trasferiti alla società di servizi Segula), pur senza utilizzare licenziamenti, in risposta a un calo della domanda che ha generato una sovraccapacità strutturale negli stabilimenti tedeschi.

Visto che Opel disponeva di una forza lavoro di 19 mila dipendenti a inizio 2017, quasi la metà (il 46,8%) è già stata o sta per essere lasciata a casa e se ha ragione Bloomberg che anticipa altre due “sforbiciate” di 1.000 addetti tra il 2025 e il 2027 e di altri 1.000 tra il 2027 e il 2029, il costo complessivo dell’acquisizione, in termini di posti di lavoro, sarà alla fine decisamente salato: -57%, sia pure in modo “morbido”. Un’eutanasia che potrebbe toccare anche agli stabilimenti italiani una volta che sarà completata la fusione tra Psa e Fca?

manley fca
 

Senza voler essere oltremodo pessimisti, i numeri finora parlano abbastanza chiaramente: il gruppo che nascerà dalla fusione e che vedrà gli eredi Agnelli, tramite Exor, primo azionista col 14,5%, mentre i Peugeot hanno già fatto sapere di voler esercitare la prevista opzione per riacquistare dallo stato francese o dai cinesi di Dongfeng (entrambe al 6,25% post-fusione) l’equivalente di un 2,5% per salire all’8,75% del capitale, intende puntare come altri colossi dell’auto sulle motorizzazioni elettriche, sulle quali ad oggi Psa è in netto vantaggio rispetto a Fca. 

Queste peraltro richiedono un numero inferiore di componenti e quindi, nonostante i buoni rapporti dei produttori italiani sia con l’industria francese che con quella tedesca, oltre che col gruppo Fca, il rischio di un calo delle commesse all’indotto italiano è concreto, tanto più visto che le due piattaforme su cui il nuovo gruppo intende focalizzare due terzi della sua produzione saranno la Cmp e la Emp2 di casa Psa (da cui nasceranno i modelli Jeep e Alfa Romeo e forsa la nuova Fiat Punto).

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C’è poi il nodo della produttività e del tasso di utilizzo degli impianti: Psa finora aveva come obiettivo portare quest’ultimo all’85% entro il 2022, Fca continua a produrre in perdita in Italia (dove gestisce in tutto 16 impianti) nonostante l’impegno a salire dall’80% al 100% dell’utilizzo di capacità produttiva degli impianti e una previsione di 5 miliardi di investimenti per evitare nuove chiusure e ridurre il ricorso alla cassa integrazione. 

Di fatto proprio la debolezza della domanda in Italia ed Europa a fronte di una domanda più robusta in Nord America potrebbe indurre il nuovo gruppo a continuare a fare ricorso per quanto possibile a tutti gli ammortizzatori sociali possibili (cassa integrazione e prepensionamenti in primis) nel nostro Paese. Rispettando formalmente, almeno nei prossimi tre anni, l’impegno di non licenziare nessuno, come del resto già è accaduto in Germania, ma continuando a ridurre le perdite a livello di impianto.

carlos tavares
 

Per riuscirci, difficile che non si possa agire sul fronte di un taglio alla sovracapacità produttiva almeno in alcuni segmenti di mercato, tanto più che nel settore si prevedono ulteriori fusioni e acquisizioni in futuro e sarò dunque difficile se non impossibile riposarsi sugli allori, se anche si volesse. Ultimo ma non meno importante, Exor secondo molti analisti potrebbe a medio termine limare la sua partecipazione per reinvestire i proventi in nuovi settori meno maturi e a più elevata redditività e anche questo potrebbe giocare a sfavore degli impianti tricolori. 

Luca Spoldi

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