Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Economia » Pensioni, incubo per 730mila statali: assegni più bassi, fino a 49 anni di lavoro e uscita rinviata

Pensioni, incubo per 730mila statali: assegni più bassi, fino a 49 anni di lavoro e uscita rinviata

Secondo l’Osservatorio Previdenza della Cgil, oltre 730mila dipendenti pubblici potrebbero subire gli effetti combinati delle ultime novità

Pensioni, incubo per 730mila statali: assegni più bassi, fino a 49 anni di lavoro e uscita rinviata

Pensioni, incubo per 730mila statali

Per una parte consistente del pubblico impiego la pensione anticipata rischia di diventare un traguardo sempre più lontano. Il problema non riguarda solo l’età di uscita o i requisiti contributivi, ma anche l’importo dell’assegno: alcune modifiche su aliquote di rendimento, finestre mobili e adeguamenti alla speranza di vita potrebbero spingere molti lavoratori a restare in servizio più a lungo per evitare penalizzazioni.

Secondo l’Osservatorio Previdenza della Cgil, oltre 730mila dipendenti pubblici potrebbero subire gli effetti combinati delle ultime novità. In alcuni casi, per lasciare il lavoro senza una riduzione della pensione, potrebbe essere necessario arrivare fino a 49 anni e 2 mesi di attività. Di fatto, i 43 anni di contributi previsti dalla pensione anticipata ordinaria non sarebbero sempre sufficienti a garantire un trattamento pieno.

Le categorie interessate sono gli iscritti alle gestioni Cpdel, Cps, Cpi e Cpug. Si tratta, tra gli altri, dei dipendenti degli enti locali, del personale della sanità, degli insegnanti delle scuole parificate e degli ufficiali giudiziari.

Perché si rischia di lavorare più a lungo

Il nodo principale è l’effetto combinato di più interventi. Da un lato c’è la revisione delle aliquote di rendimento, che può incidere sull’importo della pensione. Dall’altro ci sono l’allungamento delle finestre mobili e l’aumento progressivo dei requisiti legato alla speranza di vita.

Il dossier presentato l’8 maggio alla Camera dalla Cgil stima che la platea coinvolta superi i 730mila lavoratori. Il risparmio sulla spesa pensionistica, nel periodo compreso tra il 2024 e il 2043, sarebbe superiore a 32 miliardi di euro.

A incidere sui tempi di uscita è anche il progressivo aumento dei requisiti. Secondo il rapporto della Ragioneria generale dello Stato, nel 2026 la pensione di vecchiaia richiede 67 anni di età, mentre per la pensione anticipata ordinaria servono 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e un anno in meno per le donne. Nel 2050, invece, l’età per la vecchiaia salirebbe a 69 anni, mentre per l’anticipata ordinaria sarebbero richiesti 44 anni e 10 mesi di contributi. In entrambi i casi, quindi, l’incremento sarebbe di due anni.

Il rischio di assegni più bassi

L’aspetto più delicato riguarda però il calcolo dell’assegno. La revisione delle aliquote di rendimento interessa la quota retributiva della pensione, cioè quella relativa ai lavoratori che hanno versato contributi sia prima sia dopo il 1996.

La fascia più esposta è composta dai dipendenti pubblici che hanno iniziato a lavorare tra il 1980 e il 1995. Questi lavoratori non rientrano interamente nel sistema retributivo, ma non sono neanche totalmente soggetti al sistema contributivo, avendo una parte di carriera precedente al 1996.

Le simulazioni della Cgil indicano tagli potenzialmente rilevanti. Per un lavoratore con una retribuzione media di 30.000 euro lordi annui, la riduzione potrebbe arrivare a circa 500 euro lordi al mese, pari a 6.000 euro l’anno. Per chi guadagna 50.000 euro, il taglio stimato potrebbe salire a 850 euro lordi mensili, cioè oltre 10.000 euro l’anno.

La finestra mobile dal 2028

Alla riduzione dell’assegno si aggiunge poi il tema delle finestre mobili. Dal 2028, per le gestioni interessate, l’attesa dopo la maturazione dei requisiti per la pensione anticipata salirà fino a 9 mesi. Questo significa che, una volta raggiunti gli anni di contributi necessari, il lavoratore dovrà comunque aspettare altri 9 mesi prima di ricevere la pensione. Nella pratica, per molti dipendenti pubblici questo periodo si tradurrà in ulteriori mesi di lavoro.

Perché si può arrivare a 49 anni di servizio

Il punto è che alcuni lavoratori potrebbero scegliere di non andare subito in pensione anticipata, proprio per evitare un assegno ridotto. In questi casi, l’alternativa sarebbe attendere la pensione di vecchiaia.

Per chi ha iniziato a lavorare molto presto, anche prima dei 20 anni, questo scenario potrebbe portare a carriere lunghissime: fino a 49 anni e 2 mesi di lavoro prima di poter uscire senza penalizzazioni sull’importo della pensione.