Economia
Perché un piano per le case popolari non è solo giusto, ma anche conveniente
I fallimenti del passato non dimostrano che l’edilizia pubblica sia inevitabilmente inefficiente, ma che è stata spesso progettata male e gestita peggio

Perché un piano per le case popolari non è solo giusto, ma anche conveniente
In Italia parlare di edilizia pubblica evoca spesso immagini deprimenti: quartieri degradati, marginalità, assistenzialismo. Eppure, la crisi abitativa che attraversa il Paese impone di rimettere il tema al centro del dibattito, dove invece – tanto nella bozza di piano europeo che nelle notizie che apprendiamo sul piano italiano – l’argomento scivola via con eccessiva facilità e nell’approvazione generale di una strategia a favore dell’aspirante ceto medio.
Niente in contrario, si intende. Ma mantenere alta l’attenzione anche sulle case popolari significa non solo affrontare una grande emergenza che colpisce almeno 650.000 famiglie e che non è altrimenti risolvibile se non attraverso l’intervento pubblico, ma anche metterne in luce la convenienza economica diretta e indiretta. Perché un piano di case popolari non è necessariamente una spesa improduttiva: può essere un grande investimento con ritorni misurabili per il paese.
La casa è una precondizione per quasi tutto il resto: lavoro stabile, salute, istruzione, coesione sociale. Senza una sistemazione abitativa sicura e accessibile aumenta inevitabilmente la spesa pubblica per il sistema sanitario, i servizi sociali, la giustizia e l’ordine pubblico. L’edilizia pubblica, in questo senso, non va solo a coprire un’emergenza stimata di almeno 1,5 milioni di persone, ma può contribuire a ridurre la portata dei problemi prima che esplodano, prima cioè che diventi necessario rincorrerli con misure emergenziali molto costose.
La crisi della casa non colpisce solo le fasce più povere. Incide direttamente sulla crescita complessiva del paese. Affitti elevati e scarsità di alloggi accessibili riducono la mobilità del lavoro, spingono giovani e lavoratori necessari lontano dai centri produttivi, rendono più difficile formare famiglie e abbassano i consumi.
Se non c’è una leva pubblica che, assorbendo parte della domanda, è in grado di condizionare gli effetti più sperequati del mercato, ci troviamo di fronte a un freno macroeconomico che agisce direttamente sul mercato del lavoro e alimenta le più macroscopiche disuguaglianze sociali. E qui il problema non è garantire l’ascensore sociale per quelli che possono ancora prenderlo: c’è una quota di povertà abitativa in Italia ancora troppo estesa per non mettere a punto politiche pubbliche di sostegno.
I programmi di edilizia residenziale pubblica hanno storicamente funzionato da moltiplicatore economico, come strategie anticicliche molto efficaci. Oggi come allora, in molti sono convinti che programmi del genere contribuiscano a stabilizzare un settore soggetto a forti oscillazioni, quello delle costruzioni, e consentire allo Stato di orientare gli investimenti verso obiettivi di lungo periodo, come l’efficienza energetica e la rigenerazione urbana. È utile qui segnalare che, tra i pilastri del nuovo piano casa dell’Unione Europea, il sostegno all’industria delle costruzioni attraverso il New European Bauhaus è anche quello, allo stato attuale, più avanzato.
I fallimenti del passato non dimostrano che l’edilizia pubblica sia inevitabilmente inefficiente, ma che è stata spesso progettata male e gestita peggio: scarsa manutenzione, assenza di mix sociale, isolamento urbano sono le lezioni che dobbiamo apprendere dal passato e che ci aiutano a fare meglio in futuro, come tante esperienze europee dimostrano. I Piani Urbani Integrati che, con i finanziamenti del PNRR, stiamo realizzando a Napoli nelle 167 di Scampia, San Giovanni a Teduccio e a Ponticelli sono un esempio di coinvolgimento attivo delle comunità di abitanti e di controllo attento del ciclo edilizio e delle necessità manutentive delle nuove costruzioni.
Un piano nazionale di edilizia pubblica non è nostalgia del mitico piano Fanfani né una sfida ideologica al mercato. È una risposta pragmatica a un fallimento evidente. E le forme virtuose di collaborazione pubblico-privato, che si rendono indispensabili a sostegno di giovani e lavoratori necessari, reggono nella misura in cui i destinatari hanno capacità reddituali di media consistenza, ma sarebbero improponibili per andare incontro alle esigenze di chi ha una capacità reddituale al di sotto della soglia di povertà.
Correggere questo squilibrio non significa rinunciare all’efficienza economica, ma rafforzarla. In un Paese che invecchia, cresce poco e vede aumentare le disuguaglianze, investire in case popolari non è solo socialmente necessario. È economicamente intelligente.
*Vicesindaco di Napoli e Assessore all’Urbanistica
