Petrolio, dollaro e mercati sull’orlo della volatilità: che cosa succederà all'economia dopo la cattura di Maduro in Venezuela - Affaritaliani.it

Economia

Ultimo aggiornamento: 18:43

Petrolio, dollaro e mercati sull’orlo della volatilità: che cosa succederà all'economia dopo la cattura di Maduro in Venezuela

Per Allianz Global Investors, le implicazioni potrebbero spaziare dalla volatilità dei prezzi del petrolio a una rinnovata attenzione al rischio politico nei mercati emergenti

a cura di Christian Schulz, Chief Economist di Allianz Global Investors

Petrolio, dollaro e mercati sull’orlo della volatilità: tutti gli scenari dopo la cattura di Maduro per Allianz Global Investors


Il 3 gennaio, le forze statunitensi hanno catturato il presidente venezuelano internazionalmente contestato Nicolás Maduro, trasferendolo negli Stati Uniti al fine processarlo per presunti reati di traffico di droga. In una successiva conferenza stampa, il presidente Donald Trump ha lasciato intendere che gli Stati Uniti “gestiranno” il Venezuela per un periodo transitorio, fino alla stabilizzazione del Paese. Washington non ha tuttavia annunciato elezioni anticipate né indicato un ruolo per la leader dell’opposizione e premio Nobel per la pace Maria Corina Machado.

Al momento, non si registrano proteste di massa volte a rovesciare ciò che resta del governo Maduro. Al contrario, il Segretario di Stato Marco Rubio punta a esercitare un controllo sul Venezuela minacciando ulteriori interventi nei confronti della nuova leader del Paese (ed ex vice di Maduro), Delcy Rodríguez, qualora non si conformi alle richieste statunitensi. Tali richieste si concentrano su due direttrici principali: l’apertura delle riserve petrolifere venezuelane allo sfruttamento da parte di imprese statunitensi e la cessazione di ogni legame con Iran, Cina e Russia.

Chi pagherà?

Una questione cruciale per il Venezuela, ma anche per gli Stati Uniti, potrebbe presto essere quella finanziaria. L’amministrazione statunitense ha suggerito che i proventi del petrolio venezuelano potrebbero in parte compensare il governo statunitense e le imprese per le espropriazioni subite in passato. Secondo stime della Columbia University, le richieste avanzate dalle compagnie petrolifere internazionali ammonterebbero a 20–30 miliardi di dollari, importo che potrebbe essere regolato tramite operazioni di debt-for-equity swap o futuri rimborsi legati alla produzione petrolifera.

Tuttavia, i ricavi del petrolio difficilmente rappresenteranno una soluzione rapida per le finanze del Paese. Il ripristino della produzione di 1–2 milioni di barili al giorno richiederebbe 5–10 anni e fino a 100 miliardi di dollari di investimenti. Nel breve termine, un miglioramento appare improbabile; al contrario, l’instabilità potrebbe ridurre ulteriormente la produzione venezuelana e spingere al rialzo i prezzi del petrolio.

Con il progressivo venir meno dei flussi finanziari provenienti dagli ex alleati, il sostegno degli Stati Uniti e, con ogni probabilità, un programma del Fondo monetario internazionale potrebbero diventare necessari. Nel tempo, ciò rischierebbe di indebolire il consenso politico interno negli Stati Uniti a favore dell’intervento, riportando al centro dell’attenzione il tema di una ristrutturazione del debito sovrano venezuelano. In uno scenario favorevole, stimiamo tassi di recupero nell’ordine di 40–50 centesimi per dollaro, in linea con quanto evidenziato in una nostra precedente analisi.

Chi sarà il prossimo?

La seconda grande domanda riguarda cosa significhi, sul piano geopolitico, l’azione in Venezuela. L’intervento statunitense penalizza la Cina, che era destinataria dell’85% delle esportazioni venezuelane di petrolio. A nostro avviso, sebbene l’impatto sui costi delle materie prime per Pechino dovrebbe essere contenuto, la Cina ha interessi profondi in Sud America nei settori dell’energia, delle infrastrutture e dei minerali critici, che potrebbero ora essere messi in discussione.

Gli Stati Uniti hanno già lanciato avvertimenti ad altri governi sudamericani non allineati, come Cuba, Nicaragua e Colombia. Anche il Brasile e perfino il Messico potrebbero essere a rischio. In uno scenario positivo, una transizione riuscita e una ripresa economica del Venezuela potrebbero stabilizzare la regione nel medio periodo, favorendo il rientro di molti dei sette milioni di rifugiati venezuelani e rafforzando in modo duraturo le forze politiche filo-statunitensi.

Tuttavia, gli interventi statunitensi in Sud America raramente hanno prodotto stabilità nel tempo. Inoltre, gli Stati Uniti potrebbero faticare a controllare il Venezuela se il governo resistesse alle pressioni e ricevesse sostegno dagli alleati. In alternativa, disordini interni potrebbero innescare nuovi flussi di rifugiati, destabilizzando la regione e non solo. Ad esempio, l’Europa ha già assorbito centinaia di migliaia di rifugiati venezuelani.

Il rischio di intervento statunitense si è inoltre spostato a nord. Domenica, il presidente Trump ha ribadito che gli Stati Uniti “hanno bisogno” della Groenlandia danese. Dopo l’azione in Venezuela, l’opinione prevalente potrebbe essere che un tentativo di assumere il controllo del territorio sembri più plausibile. Potrebbe emergere un compromesso con Danimarca ed Europa, ma al prezzo di indebolire ulteriormente la percezione della sicurezza europea.

Molti commentatori si concentrano sulla possibile violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti e sul rischio di aver abbassato l’asticella per azioni analoghe da parte di altre grandi potenze, come Cina e Russia. Solo il tempo lo dirà, ma l’Europa e gli altri alleati degli Stati Uniti potrebbero dover affrontare maggiori pressioni affinché rafforzino le proprie difese e riducano la dipendenza da Washington. Il fatto che sulla home page della Frankfurter Allgemeine Zeitung sia comparso un titolo sulla necessità, per la Germania, di dotarsi di armamenti nucleari nazionali è un segnale eloquente di quanto si sia spostato il dibattito sulla sicurezza.

Possibili implicazioni per i mercati

Alla luce delle ricadute dell’intervento USA, in Venezuela e non solo, gli investitori potrebbero valutare di mantenere coperture contro la volatilità dei prezzi del petrolio.

Energia e materie prime – Riteniamo possibile un rialzo dei prezzi del petrolio nel breve termine, in un contesto di instabilità, accompagnato però da rischi di ribasso nel medio periodo qualora l’offerta venezuelana dovesse gradualmente riprendersi. L’oro potrebbe beneficiarne.

Debito dei mercati emergenti – Un eventuale ritorno del Venezuela all’accesso ai mercati potrebbe favorire una compressione degli spread sovrani nei Paesi limitrofi, grazie a un miglioramento della stabilità regionale. Gli investitori specializzati in debito in sofferenza potrebbero inoltre individuare opportunità nei titoli emessi dallo Stato venezuelano o da Petróleos de Venezuela (la compagnia petrolifera statale, nota come PDVSA).

Valute – Le valute dei Paesi esportatori di petrolio (come il peso colombiano) potrebbero indebolirsi in caso di calo dei prezzi energetici globali. Il dollaro canadese potrebbe risentirne se gli Stati Uniti dovessero orientarsi maggiormente verso il Sud per l’approvvigionamento energetico. Le valute sudamericane potrebbero rafforzarsi grazie a un miglioramento del sentiment, ma resterebbero volatili durante la fase di transizione, soprattutto nei Paesi non allineati agli Stati Uniti.

Azioni – I settori finanziario e infrastrutturale in Sud America potrebbero beneficiare di afflussi di capitale qualora le riforme si concretizzassero. I comparti legati alla Cina (ad esempio industria pesante e manifattura) potrebbero invece subire pressioni sui costi a fronte di un aumento dei prezzi delle materie prime. La difesa europea e, più in generale, il tema della sovranità europea potrebbero ricevere nuovo sostegno.

Gestione del rischio – Gli investitori potrebbero valutare il mantenimento di coperture contro la volatilità del petrolio e monitorare il rischio politico in Brasile e Colombia come possibili fattori di compensazione rispetto ai benefici derivanti da una maggiore stabilità regionale.

LEGGI LE NEWS DI ECONOMIA