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Pubblica amministrazione, entro il 2034 usciranno 1,2 milioni di dipendenti: il rischio è che la macchina diventi più lenta e fragile

L’allarme dell’Aran sui pensionamenti entro il 2034 riporta al centro un nodo irrisolto: ricambio, competenze e tenuta degli uffici

Pubblica amministrazione, entro il 2034 usciranno 1,2 milioni di dipendenti: il rischio è che la macchina diventi più lenta e fragile

Tra pensionamenti, memoria dispersa e salari meno competitivi, la macchina pubblica rischia di incepparsi

Le emergenze internazionali e il chiacchiericcio politico nazionale che ci accompagnerà per tutto questo anno che precede le elezioni politiche del 2027 non ci aiutano a mettere a fuoco i problemi ordinari. Il rischio è trovarci presto in una delle solite emergenze, che avrebbero potuto essere gestite per tempo, se ce ne fossimo occupati e preoccupati. Una di queste è l’efficienza della Pubblica Amministrazione.

“Dei 3.738.171 dipendenti pubblici italiani attualmente in servizio, circa 1,2 milioni lasceranno il lavoro entro il 2034. Un turnover del 32% concentrato in meno di dieci anni”: lo rammenta con scrupolo chi conosce bene la materia. Antonio Naddeo, presidente dell’Aran, l’agenzia per la rappresentanza negoziale delle Pubbliche Amministrazioni. Il suo allarme si rivolge a quel costo “che nessun bilancio pubblico contabilizza. È il costo della perdita di produttività quando un dipendente senior va in pensione senza un trasferimento strutturato di conoscenza”. Dall’alto della sua esperienza Naddeo riferisce che studi sul knowledge management stimano che ogni volta che questo accade, l’organizzazione perde in media 6 mesi di produttività piena. Il nuovo arrivato impiega sei mesi per raggiungere il livello di efficienza del predecessore – e questo solo se trova colleghi disposti ad aiutarlo, documentazione accessibile, processi chiari.

Se moltiplichiamo 6 mesi per 135.000 pensionamenti all’anno, stiamo parlando di un costo enorme. Ma invisibile. Non appare nei bilanci. Non viene misurato. Non viene gestito. Eppure, è reale. Si manifesta in pratiche che si allungano. In errori che si ripetono. In decisioni sub-ottimali prese per mancanza di contesto storico. In conflitti che esplodono perché nessuno ricorda come furono risolti 10 anni prima.

Qualche anno fa Renato Brunetta, prima di andare alla presidenza del Cnel, aveva immaginato una grande campagna di assunzioni nelle Pubbliche Amministrazioni. A più riprese Sabino Cassese ha raccomandato di alleggerire il peso percentuale dei laureati in Giurisprudenza, sul totale della dirigenza pubblica, a vantaggio di ingegneri, informatici, economisti. Poco è avvenuto.

Il differenziale retributivo con il settore privato – mediamente del 20-30% per profili specializzati – rende le Pubbliche Amministrazioni poco competitive proprio sui profili più necessari: data scientist, esperti di cybersecurity, project e procurement officers. Esattamente quelle figure che servirebbero per governare la transizione digitale e gestire investimenti complessi. Le procedure concorsuali, pur digitalizzate e accelerate (dai 500 giorni medi del 2019 ai 120 attuali), faticano ad attrarre talenti quando il risultato economico finale è inferiore alle alternative disponibili sul mercato.

Per troppo tempo di fronte alla necessità di risparmiare, lo Stato – e le migliaia di diverse Pubbliche Amministrazioni: dalle Asl ai Comuni, dalle rinate Province alle Amministrazioni centrali dello Stato, dalle scuole alle Università se ne contano più di 20mila! – ha spesso deciso di bloccare il turn over. Non potendo licenziare i suoi dipendenti, ha scelto di non assumerne altri. Una miopia che rischiamo di pagare tutta insieme con il depauperamento delle risorse e delle competenze, a scapito della vita di cittadini e imprese che hanno quotidianamente a che fare con la Pubblica Amministrazione, dai servizi dell’Anagrafe alle Camere di Commercio.

Per affrontare questa emergenza sarebbe necessario adottare criteri selettivi, verificando quali Amministrazioni presidiare e quali, probabilmente, sacrificare. L’esempio delle Province è utile per capirsi: ci eravamo convinti che fossero inutili, poi abbiamo dovuto mantenerle, ma con quale beneficio? Per quante altre Pubbliche Amministrazioni potremmo fare una analoga verifica? Sono tutte utili e necessarie? Si dovrebbe poter fare un progetto di riorganizzazione e di ottimizzazione dell’intera macchina burocratica. Oggi è un’urgenza. Domani potrebbe essere troppo tardi.

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