Risparmi in arrivo per Rcs Mediagroup: come previsto dall’accordo già sottoscritto con Intesa Sanpaolo lo scorso 5 luglio, il debito dell’editore del Corriere della Sera è stato ufficialmente rifinanziato attraverso l’intervento di un pool di banche che vedono Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo) quale banca organizzatrice, agente e coordinator, la stessa Intesa Sanpaolo come finanziatore e Bpm (gruppo Banco Bpm), Mediobanca, Ubi Banca e Unicredit banche organizzatrici e finanziatori.

In soldoni, Intesa Sanpaolo, già intervenuta a fianco di Urbano Cairo nella vittoriosa battaglia per il controllo di Via Solferino l’estate scorsa che portò l’imprenditore alessandrino a salire all’attuale 59,83% di capitale, è riuscita a convincere le altre banche del pool che aveva originariamente fatto credito a Rcs ad aderire alla ristrutturazione e rifinanziamento del debito stesso, operazione che consente a Rcs di ottenere uno sconto sugli interessi, essere sottoposta a minori covenant (impegni a garanzia dei creditori, ndr) e allungare la durata dei finanziamenti, dilazionando il rimborso del capitale.
Non che sia una novità assoluta, visto che il contratto di finanziamento era stato sottoscritto il 14 giugno 2013 ed era poi stato continuamente aggiornato (da ultimo il 16 giugno 2016, ossia un mese prima che il controllo di Rcs Mediagroup passasse dalla stessa Mediobanca e dagli azionisti “storici” a Cairo).

Ma quanto risparmierà l’editore alessandrino rispetto alle condizioni precedenti? Partiamo da un punto fermo: nel 2016 a fronte di ricavi totali per 968,3 milioni e di un Ebitda di 89,9 milioni, Rcs aveva registrato oneri finanziari netti pari a 30,3 milioni di euro. Per il 2017 il gruppo ha confermato come obiettivo un Ebitda di 140 milioni, oltre che un risultato netto “in crescita” e flussi di cassa “positivi e in crescita” e, per intanto, ha visto calare nei primi sei mesi a 13 milioni gli oneri finanziari netti dai 16,1 milioni dello stesso periodo dell’anno passato.
Il nuovo contratto prevede 332 milioni di euro di finanziamenti suddivisi su due linee di credito: la prima è una linea “term amortising” per un importo di 232 milioni (30 milioni meno del precedente finanziamento), la seconda una linea “revolving” per i restanti 100 milioni. L’accordo prevede un “tasso di interesse annuo, più favorevole di quello precedente, pari alla somma dell’Euribor di riferimento e un margine variabile a seconda del “Leverage Ratio” (Posizione finanziaria netta/Ebitda)”. Quanto esattamente potrà risparmiare Rcs dipenderà dunque dall’Ebitda che Cairo sarà in grado di “spremere” tagliando i costi, dato che questo determinerà il leverage ratio e pertanto lo spread sopra l’Euribor che verrà applicato. Una prima conferma dovrebbe venire già a fine anno, quando sarà possibile confrontare gli oneri finanziari del secondo semestre rispetto a quelli del secondo semestre 2016.
Dato però che nei primi sei mesi dell’anno Rcs ha già visto raddoppiare da 33,9 a 69 milioni di euro l’Ebitda (e ridursi l’indebitamento finanziario netto a 363,2 milioni dai 366,1 milioni di fine 2016) a fronte di ricavi in moderato calo a 471,7 milioni (dai 504,1 milioni dei primi sei mesi del 2016), le premesse perché questo spread sia contenuto, e dunque il risparmio si traduca in ulteriori milioni di euro in meno da pagare per Rcs Mediagroup, ci sono tutte.
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Il fatto poi che il piano di ammortamento della linea “term amortising” preveda i primi 15 milioni di euro di rimborso a fine anno e poi 12,5 milioni di rimborso ogni sei mesi (il finanziamento precedente parlava di 35 milioni di rimborso quest’anno, 50 milioni l’anno prossimo e 167 milioni nel 2019) indica che Urbano Cairo e Carlo Messina hanno saputo rassicurare anche Mediobanca, Unicredit, Ubi Banca e Bpm, ossia i “vecchi” finanziatori riuniti dal “nume tutelare” di Rcs Mediagroup, Giovanni Bazoli (presidente emerito di Intesa Sanpaolo ed ex presidente di Mittel, già azionista di Ubi Banca oltre che della stessa Rcs), circa il prosieguo del turnaround anche oltre il breve termine.

Infatti, se non ci sarà un rimborso anticipato obbligatorio per lo sforamento del leverage ratio, previsione che è contenuta insieme ad altre relative a dichiarazioni, obblighi, eventi di revoca e soglie di materialità (anche in questo caso si tratta di ipotesi “complessivamente più favorevoli per Rcs MediaGroup rispetto al precedente contratto di finanziamento”), il nuovo finanziamento dovrebbe estinguersi gradualmente a fine 2022 e non a fine 2019 come il precedente. Il fatto poi che non esistano più covenant sul patrimonio netto sembra infine indicare che Cairo avrà mani libere per quanto riguarda eventuali joint-venture, fusioni (di Rcs con Cairo Communication, che resta un’ipotesi che “certamente” sarà valutata in futuro, come ha confermato ancora recentemente lo stesso presidente di Rcs) o cessioni di rami d’azienda, potendo così modellare il gruppo come più sembrerà opportuno in base all’andamento del mercato e quindi dei ricavi.
Proprio questi ultimi restano l’unica incognita, dopo che anche nei primi sei mesi dell’anno non sono giunti segnali troppo positivi per quanto riguarda la carta stampata, essendo ancora il digitale (che pure è in crescita) una frazione contenuta rispetto ai ricavi totali. Ma a giudicare dalla reazione anche oggi del titolo, che in borsa guadagna un ulteriore mezzo punto dopo il +10,74% messo a segno la scorsa settimana sull’onda della semestrale (+75% nell’ultimo anno), anche gli investitori sembrano condividere la fiducia di Carlo Messina e Alberto Nagel. Il banchiere di Mediobanca pochi giorni fa ha confermato di non aver alcuna fretta di vendere il suo 9,93%, così come non paiono volersi affrettare all’uscita Diego Della Valle, Finsoe e China Chemical (subentrata a Pirelli dopo l’acquisizione di quest’ultima), complessivamente soci con il 16,658%.
Luca Spoldi
