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Economia
Risparmio,shopping di Generali e Azimut.Il mercato aspetta Intesa e Mediobanca

Il rallentamento dei flussi di raccolta dopo anni di continua crescita, il calo dei multipli utilizzati per  valorizzare ogni operatore in base alle masse gestite o sotto advisory e la percezione di un maggiore rischio paese rendono il settore del risparmio gestito italiano oggetto di potenziali acquisizioni? In parte sì, anche se i gruppi tricolori non stanno certo con le mani in mano, come dimostrano i tre annunci giunti in queste ultime ore.

Se Azimut Holding continua con la sua strategia di acquisizione di boutique finanziarie all’estero, con la controllata Az Next Generation Advisory (Az Nga) che ha messo le mani su McKinley Plowman per circa 9,2 milioni di euro (raggiungendo così i 4,6 miliardi di euro di masse totali in Australia), Banca Generali finalizza l’acquisizione del gruppo Nextam Partners, fondato dai tre “super gestori” Carlo Gentili, Alessandro Michahelles e Nicola Ricolfi (cui faceva nel complesso capo l’80% del capitale) e specializzatosi nell’advisory (5,5 miliardi di masse) e nel wealth management (1,3 miliardi di masse). 

In questo caso non è stata indicata una cifra esatta, ma dato che attualmente le masse in gestione si “comprano” pagando tra l’1,8% e il 2,5% (a seconda della composizione per classi dei patrimoni gestiti, quelli azionari essendo considerati più redditizi per i gestori), mentre quelle sotto advisory non sono pagate solitamente più dello 0,5%, dovrebbe trattarsi di una transazione attorno alla cinquantina di milioni di euro. Ancora superiore dovrebbe essere il valore dell’ultima transazione annunciata in giornata, ossia l’acquisizione da parte di Generali di Union Investment Tfi Sa, tra i principali asset manager attivi in Polonia finora facente capo alla tedesca Union Asset Management Holding AG.

La preda di Generali gestisce patrimoni per 3,3 miliardi di euro circa, dunque potrebbe essere stata valutata attorno ai 60-65 milioni di euro, tanto più che opera sul mercato forse più interessante dell’Europa centro orientale, che vanta un portafoglio di 135.000 investitori retail e 550 istituzionali, dispone di un’ampia gamma di fondi diversificati in equities, fixed income e absolute-return ed è dotata di competenze per la produzione interna di prodotti di investimento come di altre soluzioni di investimento.

Nonostante le ultime acquisizioni e quelle che a breve potrebbero arrivare (la stessa Generali ha avviato in settembre trattative in esclusiva per rilevare l’asset manager francese Sycomore, che poteva vantare 8,3 miliardi di euro in gestione a fine luglio scorso e dovrebbe dunque valere tra 150 e 200 milioni di euro), quelli che sono i principali gruppi del risparmio gestito italiano restano esposti al rischio di diventare preda dei concorrenti esteri, oltre che di un risiko domestico. 

Azimut, ad esempio, in borsa vale meno di 1,7 miliardi, il 31% in meno di un anno fa, Banca Generali è attorno ai 2,2 miliardi (in rosso ugualmente del 31% circa negli ultimi 12 mesi), Banca Mediolanum è scivolata sotto i 3,9 miliardi (-25,5% nell’ultimo anno), Anima Holding ha ceduto un 40% in un anno e ora capitalizza 1,4 miliardi, pur avendo raccolto 300 milioni la scorsa primavera utilizzato in parte per l’acquisizione di Aletti Gestielle da Banco Bpm. Chi ha limitato i danni è stata Mediobanca (-14% con una capitalizzazione appena sotto i 7 miliardi), di cui è noto l’interesse ad agire da polo aggregante se si presentasse l’occasione. Positivo infine il bilancio di FinecoBank, cresciuta del 24% a 5,5 miliardi circa di capitalizzazione.

Numeri e trend che sembrano indicare che il tempo per le boutique indipendenti è agli sgoccioli o quasi e che a fronte di un rallentamento della crescita organica i gruppi principali, in Italia e all’estero, sono tornati a considearre una crescita tramite acquisizioni. Proprio questo propone opportunità ma anche minacce per i gruppi tricolori: solo in Europa concorrenti come Amundi (11,3 miliardi di capitalizzazione), Natixis (16,25 miliardi) o Legal and General (circa 16,15 miliardi di euro) non avrebbero difficoltà a rilevare alcuno dei nostri gruppi se vi fosse l’occasione.

Più a rischio potrebbero essere gruppi come la tedesca Dws (4,7 miliardi di capitalizzazione), controllata per il 78% circa da Deutsche Bank, che potrebbe anzi diventare una preda interessante se la banca tedesca dovesse decidere di uscire dal settore dell’asset management. Ma in quel caso probabilmente il potenziale acquirente parlerebbe tedesco, visto che Allianz (oltre 78,6 miliardi di capitalizzazione complessiva), che già controlla l’americana Pimco, il maggiore gestore di fondi obbligazionari al mondo, non avrebbe difficoltà a fare un’offerta, come non l’avrebbe a rilevare un gruppo italiano se si presentasse l’occasione.

Quel che è certo è che la macchina delle fusioni e acquisizioni si è rimessa in moto anche nel settore del risparmio gestito e i pesci più piccoli rischiano di finire nella rete degli intermediari di maggiori dimensioni, in un settore dove le masse fanno premio anche in termini di costi e ricavi. Anche per questo chi è nella possibilità di farlo (Generali, Mediobanca, ma anche Intesa Sanpaolo) si sta guardando attorno da tempo e non si lascia sfuggire le occasioni quando si presentano.

Altri come FinecoBank restano per ora alla finestra, ma potrebbero presto rompere gli indugi. Per quasi tutti gli altri la stagione dei saldi rischia di aprirsi a breve, specie se le tensioni attorno al nostro Paese, col loro impatto negativo sui costi di rifinanziamento di intermediari bancari e non, non rientreranno.

Luca Spoldi

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    risparmio gestitoasset managementfusioni e acquisizioniazimutbanca generaligeneralifinecobankmediobancanextam
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