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Economia
Saipem, Tenaris e Tim: chi festeggia in Borsa col supereuro

Le forti tensioni geopolitiche create dall’ennesimo lancio di un missile balistico da part della Corea Del Nord e le persistenti difficoltà del presidente statunitense Donald Trump hanno favorito un ulteriore record per l’oro, visto come bene rifugio, tornato a 1.326 dollari l’oncia su livelli che non si vedevano dal novembre 2016 e indebolito ulteriormente il dollaro, contro cui l’euro si è spinto a 1,2032 sui massimi dal 2015. Se il metallo biondo è favorito anche dalla tensione legata agli ultimi attentati in Europa e dall’incertezza sui tempi e sui modi della Brexit, con Londra che sembra tentata dall’opzione “soft”, un euro forte e un dollaro debole è per investitori e policy marker sono al tempo stesso fonte di gioia e preoccupazione.

borsa
 

A Piazza Affari, c'è chi festeggia e chi invece si danna, temendo per i propri margini di profitto: il dollaro debole dovrebbe sostenere il comparto petrolifero, favorendo un recupero delle quotazioni dell’oro nero, e potrebbe quindi favorire titoli come Eni, Saipem o Tenaris, piuttosto che gruppi maggiormente esposti sul mercato domestico, come Telecom Italia, mentre rischia di pesare su titoli che fatturano in parte in dollari come Fiat Chrysler Automobiles (che potrebbe anche scontare il venir meno dei rumor relativi a un interesse cinese che pare difficilmente concretizzabile a breve) o Buzzi Unicem (che ancora attende di capire se il piano di rilancio degli investimenti strutturali promesso da Trump si realizzerà e in che tempi). Piuttosto che Amplifon o Autogrill

Il biglietto verde low cost è certamente un motivo di soddisfazione per gli investitori in bond, che tornano a vedere calare i rendimenti in tutta Europa col rendimento sul Bund decennale allo 0,33%, sui minimi da giugno. Questo perché un euro forte contribuisce a ridurre la pressione sui prezzi al consumo, di fatto prolungando la tendenza deflazionistica nonostante anni di politiche monetarie ultraespansive al di là e al di qua dell’Atlantico. Il che significa che difficilmente Mario Draghi potrà (né vorrà) annunciare, il prossimo 7 settembre, la fine del “quantitative easing” o anche solo l’avvio della riduzione degli acquisti mensili di bond sul mercato (il “tapering”), né tanto meno un rialzo dei tassi sull’euro.

Draghi
 

Draghi ha comunque alcuni ostacoli di fronte a sé, come ricordano gli analisti di Swissequote, a partire dalla sempre maggiore scarsità di bond acquistabili nell’ambito del programma di allentamento quantitativo, cosa che dovrebbe portare Eurotower a rallentare comunque gli acquisti anche se probabilmente solo da fine 2017-inizio 2018. Draghi può se non altro rallegrarsi dei confortanti segnali di ulteriore irrobustimento della crescita di Eurolandia, che solo in parte sembra subire la pressione dei cambi.

Molto meno contenti sono Angela Merkel e il capo della Bundesbank, Jans Weidmann: proprio l’economia tedesca (e il listino di Francoforte, che pure negli ultimi 12 mesi ha guadagnato oltre il 13%, risultando perfettamente in linea con l’andamento medio dei listini di Eurolandia) è infatti quella su cui maggiormente pesa il contributo dell’export, un contributo che sta già rallentando visto che nei primi sei mesi dell’anno l’export tedesco ha segnato un +6% (+7,9% l’incremento medio delle esportazioni dell’area euro nello stesso periodo) e a giugno appena un +0,7%. Al confronto l’Italia sembra temere meno di Berlino l’euro forte, visto che nel primo semestre l’incremento dell’export tricolore è risultato pari all’8,2%, con un confortante +8% messo a segno proprio dalle esportazioni verso la Germania.

borsa
 

Se l’euro forte può impensierire Francoforte, non dovrebbe dunque impensierire più di tanto le altre borse europee, che al di là delle oscillazioni quotidiane legate a singoli episodi di tensione continuano a beneficiare di uno scenario da “goldielocks” in cui tassi vicini ai minimi storici si accompagnano a utili aziendali in crescita. Una situazione che, come detto, fa bene anche ai mercati obbligazionari, da mesi in attesa della fine dell’età del “denaro facile”.

Una fine che viene tuttavia continuamente rimandata proprio a causa delle incertezze geopolitiche che favoriscono l’estensione dei guadagni dell’euro sul dollaro e il persistere dei rendimenti ai minimi sui bond e non sembrano in grado di intaccare la tenuta dei listini azionari, che restano quasi totalmente condizionati dalle prospettive di politica monetaria dalle due sponde dell’Atlantico.

(Segue...)

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