Benvenuti nella rubrica “I Poteri Corti“
Il nome da un gioco di parole. Da un lato, ci sono i “poteri forti”: finanza, politica, élite che orientano legislazioni, governano indirizzi, muovono risorse. Dall’altro, ci sono dei poteri che abbiamo definito “corti”: piccoli imprenditori, lavoratori, professionisti che producono tanto e, in gran parte, trattengono poco. Spesso “corti” nel rimanere stretti nel loro territorio, “corti” nei mezzi e nei metodi, “corti” nel tempo e nella visione, “corti” e distanti dalle conoscenze: di chi e di come far – accadere – le cose.
Questa rubrica nasce per loro. E nasce con la convinzione che i “poteri corti” possano smettere di essere tali – non attraverso lotte di classe che il Novecento ha già archiviato, non attraverso patrimoniali o redistribuzioni d’emergenza, non con bonus a pioggia – ma attraverso qualcosa che i “poteri forti” hanno sempre usato a proprio vantaggio: il sapere.
Sapere come fare, sapere dove guardare, sapere con chi stare.
Oggi si (ri)comincia. E si comincia da un gioco di parole che sembra semplice, ma non lo è per niente nei fatti a cui si riferisce.
Minimo o giusto?
Il decreto del Primo Maggio ha riacceso il dibattito anche sul salario minimo, decretando però quello giusto. Poi è arrivato l’articolo di Milena Gabanelli sulla stagnazione dei contratti collettivi nazionali – CCNL fermi, prezzi in corsa, potere d’acquisto che si assottiglia. Un’analisi precisa, documentata, utile. Con un’unica parola assente – produttività – sulla quale ci torno tra un momento.
Prima i numeri, perché i numeri contano.
In Italia, il 97% circa dei lavoratori privati è coperto da un contratto collettivo nazionale rappresentativo – firmato da CGIL, CISL e UIL. Su 22 milioni di lavoratori privati circa, il salario minimo riguarderebbe circa 3 milioni di persone: quelle che oggi si trovano fuori dai grandi contratti collettivi, spesso nei cosiddetti contratti pirata, nei servizi a basso valore aggiunto come le pulizie, l’assemblaggio, la vigilanza, nelle subforniture; tutti coloro che rappresentano la maggior parte delle 748.000 famiglie in stato di povertà (dati ISTAT).
Il salario minimo è una misura giusta, in linea di principio. Ma – e qui viene il punto – è applicabile come in altri paesi, di cui, il più emblematico, la Germania?
La Germania ha introdotto il salario minimo nel 2015. Oggi è a 14 euro l’ora, dico 14. E funziona. Ma funziona perché la Germania si è potuta permettere una cosa che noi non siamo sicuri di poterci permettere: la chiusura di una quota significativa di microimprese sotto i 3 dipendenti, i cui lavoratori sono stati rapidamente riassorbiti da un tessuto produttivo più robusto, più organizzato, più capace di creare valore.
Facciamo i conti. In Germania ci sono circa 3,5 milioni di imprese di cui 3 milioni circa sotto i 10 dipendenti. In Italia sono quasi 4,3 milioni di imprese sotto le 10 ULA. Di queste, oltre 3,5 milioni hanno dimensione sotto i 5 dipendenti (di cui 2 milioni, circa, con 2 e 1 dipendente); un bacino di quasi un milione e trecentomila imprese micro in più rispetto alla Germania e ancora più frammentate (la media aritmetica di dimensione di impresa è 4,2 dipendenti per l’Italia e 6,8 in Germania). Se una quota consistente di queste microimprese dovesse chiudere per effetto del salario minimo, i loro lavoratori – proprio quei 3 milioni che ne beneficerebbero maggiormente, lavoratori di imprese per la maggioranza micro – andrebbero a cercare posto in un sistema produttivo che non ha la stessa capacità tedesca di assorbirli; con imprese di dimensione minore e bassa capacità produttiva (unitamente a contesti dove le grandi non investono e in un momento così difficile per alcuni settori), saremmo in grado di accogliere tanti soggetti dismessi?
Per non parlare dell’incidenza di un eventuale effetto domino al rialzo di tutti i salari.
Tutto questo è un punto molto importante.
Dunque, il fatto non è trattare politicamente un tema contro il salario minimo. Quello che propongo è un argomento per fare le cose nell’ordine giusto e capire che le soluzioni e le proposte singole, spesso, rischiano di essere palliativi del momento.
E l’ordine conseguente, ci porta al secondo concetto: il salario giusto.
Il salario giusto non è un numero imposto per legge. È un indirizzo meritocratico: le imprese che applicano il contratto collettivo nazionale di riferimento – quello più rappresentativo, non quello pirata o formule meno “classiche” – accedono agli incentivi, ai bonus, alle gare d’appalto. Le altre vengono penalizzate, escluse dal sistema di premialità che lo Stato ha costruito negli ultimi anni e inserito nuovamente in tale decreto.
È un meccanismo più sofisticato del salario minimo. E in teoria potrebbe funzionare: spinge le imprese verso i contratti regolari non per obbligo, ma per convenienza.
Ma anche qui mi fermo e faccio una domanda.
Un’azienda che oggi applica un contratto “pirata” o non congruo come quelli di riferimento nazionale – magari nel settore dei servizi a basso valore aggiunto – come fa a passare a un contratto collettivo nazionale senza aumentare i propri costi in modo insostenibile? La risposta è che non può, se prima non cambia il proprio modello. Se prima non lavora sul valore aggiunto, sui margini, sul fare impresa in modo moderno e sano.
Tralasciando la parte minore – residua rispetto a ciò che si racconta in tante trasmissioni tv – di imprenditori che ne approfittano, il problema vero è l’ormai poltiglia produttiva, crisi economico-sociale e cambiamento epocale, che non ci permettono più di creare valore aggiunto come nel secolo scorso.
E siamo arrivati dunque alla parola che manca nell’articolo di Gabanelli, che manca quasi sempre quando si discute di salari, di contratti, di crescita, di equità senza toccare mai la causa principale.
La Produttività (anzitutto del lavoro ma anche del complesso di tutti i fattori produttivi).
Se la Germania per fare un prodotto impiega 100 minuti, noi ne impieghiamo 130, serve altro da spiegare? (Dati OCSE)
Signori, il 30% in più per ore lavorate.
Allora, che si parli di salario minimo o di salario giusto, che si discuta di inflazione o di rinnovi contrattuali, la produttività è il nodo che nessuno vuole (“Gomblotto?!”) o è in grado di sciogliere. Perché è scomodo. Perché richiede di cambiare cultura prima ancora delle norme, richiede scelte impopolari e richiede di parlare chiaro a chi non vuole sentirsi dire quale è la causa della sua malattia.
Noi l’abbiamo definita il primo problema sociale dell’Italia. Non economico – ma sociale. Perché – considerando un mondo finanziario sceso a patti con le grandi istituzioni come la UE o i grandi fondi che “gestiscono” i nostri titoli di Stato – dalla produttività stagnante deriva tutto il resto: i salari bassi, la fuga dei talenti, la bassa natalità, la dipendenza dal debito, (parte de) l’evasione fiscale, le disuguaglianze, etc etc.
Finché non mettiamo la produttività al centro del dibattito – con la stessa urgenza con cui parliamo di sanità, di scuola, di sicurezza, di giustizia – il salario minimo sarà un palliativo, il salario giusto sarà un’aspirazione.
E “I Poteri Corti” resteranno corti.
Il minimo-giusto non è una cifra da imporre o una convenienza da proporre, ma dovrebbe riferirsi ad un grado di livello di sistema che funzioni.
*Marco Travaglini- Imprenditore, fondatore del centro studi Produttivitalia

