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Trump-Xi, Maffè: “È solo una tregua di facciata: tra Usa e Cina è guerra fredda tecnologica. L’Europa? Ha un’occasione da non sprecare”

Carnevale Maffè spiega ad Affaritaliani perché il vertice non fermerà la frammentazione dei mercati e come l’Ue deve difendere il libero scambio

Trump-Xi, Maffè: “È solo una tregua di facciata: tra Usa e Cina è guerra fredda tecnologica. L’Europa? Ha un’occasione da non sprecare”

“Trump e Xi, un accordo di facciata: è solo una tregua a tempo”. Parla Carnevale Maffè

Mentre i riflettori della diplomazia globale si spostano su Pechino e le aspettative dei mercati oscillano tra la speranza di una distensione e il timore di nuovi dazi, il confronto tra Washington e il Dragone entra in una fase cruciale, sospesa tra la necessità di una tregua tattica e la realtà di una rivalità strutturale insanabile. Sullo sfondo, dossier incandescenti come il controllo dell’intelligenza artificiale, l’overcapacity industriale cinese e la sicurezza delle rotte energetiche restano al centro di uno scontro che ridefinisce gli equilibri del commercio mondiale.

Le mosse di Donald Trump — stretto tra le pressioni dell’inflazione interna, le tensioni nel Golfo Persico e la ricerca di una vittoria narrativa — sollevano interrogativi fondamentali: siamo di fronte a un reale accordo di sistema o solo a un “cessate il fuoco” temporaneo per gestire debolezze reciproche? E quale spazio può ritagliarsi l’Europa in una guerra fredda tecnologica che non ammette neutralità?

A fare chiarezza è Carlo Alberto Carnevale Maffè, Associate Professor of Practice di Strategy and Entrepreneurship presso SDA Bocconi School of Management, che ad Affaritaliani analizza la profondità dello scontro e le sue possibili evoluzioni: “Quella che vedremo uscire da Pechino sarà, con ogni probabilità, una pausa tattica travestita da accordo. Le condizioni strutturali per un’intesa di sistema non ci sono: si chiama coesistenza temporanea, tra due sistemi che continuano a considerarsi rivali”.

I mercati stanno scommettendo su una tregua tra USA e Cina: secondo lei da Pechino uscirà un vero accordo economico o solo una pausa tattica sui dazi?

“Quella che vedremo uscire da Pechino sarà, con ogni probabilità, una pausa tattica travestita da accordo. Le condizioni strutturali per un’intesa di sistema non ci sono: troppi dossier aperti, troppe asimmetrie sui sussidi industriali cinesi e sull’overcapacity, e soprattutto un’amministrazione americana che ha eretto i dazi a strumento identitario, non più a leva negoziale. Ricordiamoci che il quadro di partenza è già la tregua di Busan dell’ottobre scorso, con dazi sui prodotti cinesi portati dal 57% al 47% – livelli che in qualunque manuale di economia internazionale verrebbero definiti proibitivi, non “moderati”. Si chiama tregua una situazione in cui le tariffe restano a quasi metà del valore della merce.

Il vero punto è un altro: Trump arriva a Pechino indebolito. L’inflazione interna è tornata a mordere, il prezzo del petrolio gira intorno ai cento dollari per le tensioni su Hormuz, la magistratura federale ha contestato diverse delle sue azioni unilaterali, e l’avventura militare iraniana ha mostrato risultati ben al di sotto delle promesse. In queste condizioni, qualunque “accordo” servirà più alla narrazione interna americana che alla stabilizzazione del commercio mondiale. Xi lo sa, e gioca di sponda: concede l’ennesima proroga sulle terre rare, riprende a comprare soia, ottiene in cambio tempo per consolidare la propria autosufficienza tecnologica. Si chiama “coesistenza temporanea”, e non è un accordo: è un cessate il fuoco a tempo determinato tra due sistemi che continuano a considerarsi rivali strutturali”.

L’intelligenza artificiale sarà il vero terreno dello scontro tra Trump e Xi: possiamo aspettarci cooperazione minima sulle regole o una nuova escalation tecnologica?

“L’IA non è un capitolo del negoziato: è la cornice dentro cui tutto il negoziato si svolge. E qui la cooperazione regolatoria è praticamente impossibile, perché i due Paesi non condividono nemmeno la definizione di cosa l’IA debba essere. Washington la pensa come asset di sicurezza nazionale da proteggere con export control sui chip avanzati; Pechino la considera infrastruttura di sovranità economica da sviluppare in autonomia, con o senza Nvidia. Sono due dottrine inconciliabili, e nessuna delle due ha incentivo a cedere.

L’escalation tecnologica, quindi, continuerà – anche se assumerà forme più sofisticate. Vedremo probabilmente qualche concessione cosmetica sui chip di fascia media (si parla già di colloqui Nvidia – Pechino), bilanciata da nuove restrizioni sulle apparecchiature di produzione, sui software di design, sulle terre rare necessarie ai data center. Lo scontro si sposta dal prodotto finito alla filiera, dai semiconduttori ai materiali, dai modelli alle infrastrutture di calcolo.

È una guerra fredda tecnologica che si combatte per via amministrativa anziché militare, ma con effetti altrettanto strutturali sull’economia globale. Qui l’Europa ha un’occasione che non dovrebbe sprecare. Mentre Washington e Pechino si dividono il mondo in due ecosistemi tecnologici incompatibili, l’Unione – se sarà capace di parlare con una sola voce su AI Act, capacità di calcolo sovrana e standard interoperabili – può proporsi come terzo polo regolatorio credibile. Non per ingenuo equidistanzismo, ma proprio perché ha interesse a difendere un mercato globale aperto, basato su regole, non su rapporti di forza bilaterali”. 

Le Borse europee stanno reagendo con ottimismo, soprattutto semiconduttori e difesa: il mercato sta anticipando un allentamento delle tensioni commerciali?

“Sulla premessa starei attento: i dati di queste sedute raccontano un mercato europeo più cauto che euforico, con la difesa addirittura in territorio negativo nelle ultime sedute (Leonardo, Fincantieri, Avio hanno corretto sensibilmente) e i semiconduttori che si muovono in scia a STM su dinamiche industriali specifiche più che su aspettative geopolitiche.

Quello che il mercato sta prezzando non è un allentamento generale: è la riduzione del rischio di coda più estremo, cioè il ritorno ai dazi del cento per cento minacciati da Trump ad ottobre. Si chiama “rimozione del worst case”, non scommessa sulla pace. Detto questo, una lettura più strutturale è interessante. Il mercato europeo sta gradualmente capendo una cosa che la politica fatica ad ammettere: il protezionismo americano produce inflazione, frammentazione delle catene del valore e premio al rischio strutturalmente più alto. Le imprese europee che ne soffriranno meno sono quelle che diversificano l’export verso i mercati non – USA – e qui i recenti accordi di libero scambio dell’Unione (Mercosur, India in dirittura, aggiornamento con Messico, intesa con Indonesia) diventano un asset macroeconomico di primaria importanza.

Bruxelles sta tessendo, in silenzio, la più ambiziosa rete di accordi commerciali della propria storia recente, mentre Washington la sta smontando. Tra qualche trimestre questa divergenza si vedrà nei bilanci”.

Quali settori potrebbero beneficiare di più dall’incontro Trump -Xi: chip, automotive, energia o export europeo?

“In ordine decrescente di beneficio atteso, e con tutte le cautele del caso:

L’energia è il settore con il payoff più immediato, ma per ragioni che hanno poco a che fare con il commercio sino- americano e molto con il dossier iraniano. Se Pechino accetterà di esercitare moral suasion su Teheran per riaprire Hormuz – e Xi ha leva, essendo il principale acquirente di petrolio iraniano – assisteremo a un rapido riprezzamento del Brent verso gli 85-90 dollari. Per l’Europa, paradossalmente esposta più degli USA al gas e al petrolio del Golfo, sarebbe un beneficio macroeconomico significativo: meno inflazione importata, più spazio per la BCE.

I semiconduttori beneficeranno selettivamente: STM, ASML, Infineon possono guadagnare se l’intesa includerà clausole di non escalation sui controlli all’export. Ma è un beneficio relativo, non assoluto: la frammentazione strutturale della filiera continua.

L’ automotive europeo resta in una posizione difficile e in parte ambigua. Da un lato qualunque distensione USA-Cina riduce il rischio di guerre commerciali a tre vie; dall’altro, l’overcapacity cinese sulle auto elettriche è il vero problema strutturale per i costruttori europei, e non sarà certo Trump a risolverlo. Anzi: se Washington alleggerisce la pressione sui veicoli cinesi in cambio di concessioni, Bruxelles si ritroverà sola a gestire i dazi anti-dumping decisi l’anno scorso.

L’ export europeo in senso lato è il vero vincitore di medio periodo, ma non grazie al vertice di Pechino: grazie al fatto che l’Europa ha scelto, mentre il mondo si divideva, di firmare accordi. Mercosur, India, ASEAN: ogni intesa di libero scambio firmata dall’Unione nel 2025 e 2026 vale, nel lungo periodo, più di qualunque concessione tariffaria che Trump potrà strappare a Xi. Il messaggio politico, se mi si consente, è chiaro: tocca all’Europa – unita – riprendere in mano la grammatica del multipolarismo regolato. Tocca all’Europa risolvere la crisi ucraina, perché Washington ha dimostrato di non volerlo o saperlo fare e Mosca capisce solo la pressione coordinata. E tocca all’Europa ricordare a Pechino che il commercio internazionale ha regole, anche quando queste regole non piacciono. È un’occasione storica. Speriamo di non sprecarla per l’ennesima volta”. 

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