Unicredit, le mani su Commerzbank
«Il denaro non ha patria», scriveva Karl Marx. E forse oggi sarebbe il caso di ricordarlo a Berlino. Perché mentre il governo tedesco continua a sventolare la bandiera della difesa nazionale contro l’avanzata di UniCredit in Commerzbank, i numeri raccontano una storia diversa: quella di una banca che cresce, che macina utili e che proprio per questo diventa inevitabilmente contendibile in un mercato europeo che dovrebbe essere unico. O almeno così ci raccontano da trent’anni tra trattati, euro e retorica comunitaria.
I conti del primo trimestre parlano chiaro. Commerzbank ha registrato un utile operativo record di 1,4 miliardi di euro (+11%) e un utile netto di 913 milioni (+9%). I ricavi salgono del 5% a 3,2 miliardi, le commissioni nette toccano il massimo storico di 1,1 miliardi (+9%), mentre il margine di interesse tiene a quota 2 miliardi nonostante il calo dei tassi. Ancora più significativo il Net RoTE, balzato al 12,7%. Numeri che Bettina Orlopp rivendica con orgoglio, spiegando che la strategia «sta funzionando» e che il potenziale è persino superiore alle attese iniziali.
Ed è proprio qui il punto. Più Commerzbank cresce, più diventa appetibile. Più dimostra di essere una macchina redditizia, più diventa difficile sostenere che debba restare sotto una teca patriottica protetta dalla politica tedesca. Perché il capitalismo funziona così: se un asset crea valore, qualcuno proverà a comprarlo. E se quel qualcuno è una banca europea, dentro il mercato unico europeo, l’ostruzionismo politico assume un sapore francamente ipocrita.
La Germania da anni predica il liberismo quando si tratta di esportare le proprie aziende e i propri interessi industriali nel resto del continente. Ma quando il risiko gira e un gruppo italiano si avvicina a un campione nazionale tedesco, improvvisamente spuntano i muri, i distinguo, le paure sistemiche. Una scena già vista. E anche piuttosto stanca.
La verità è che UniCredit, guidata da Andrea Orcel, prima o poi arriverà al traguardo. Forse non domani. Forse non con un’Opa ostile classica. Ma la logica industriale e finanziaria porta lì. Perché il consolidamento bancario europeo non può esistere solo quando conviene a Berlino o a Parigi. E perché Commerzbank, con questi numeri, non può continuare a vivere in una sorta di limbo politico dove il governo tedesco pretende di decidere chi può o non può investire.
Del resto, persino Bettina Orlopp, ceo di Commerzbank ha lasciato socchiusa la porta: «Siamo sempre aperti a discussioni con UniCredit». Certo, chiede un premio e il riconoscimento del valore della banca. Normale. Fa il suo mestiere. Ma il tono è molto diverso rispetto alla rigidità della politica tedesca. Perché i manager sanno che il mercato non si ferma con i comunicati ministeriali.
E mentre Berlino continua a recitare la parte del custode dell’ortodossia nazionale, Orcel non resta certo immobile. Anzi. Nelle sale della finanza milanese e romana cresce la sensazione che il ceo di UniCredit stia osservando con crescente attenzione anche il dossier Generali. Non è un mistero che il Leone di Trieste sia da sempre uno degli asset più ambiti della finanza italiana ed europea. E Orcel, che ha dimostrato di sapersi muovere con pazienza chirurgica, potrebbe decidere di giocare più partite contemporaneamente.
D’altra parte il risiko bancario e assicurativo europeo è appena iniziato. E chi pensa di fermarlo con i veti politici rischia di combattere la guerra sbagliata. Un po’ come quei generali che preparavano la linea Maginot mentre il mondo cambiava già direzione.

