Garlasco, fine processo mai
Sono trascorsi quasi 20 anni dall’omicidio della povera Chiara Poggi. Alberto Stasi ha trascorso 16 anni in carcere. In questi giorni, dopo un profluvio di trasmissioni televisive in cui abbiamo ascoltato ogni possibile ricostruzione dei fatti nel più inverecondo dei processi mediatici, è arrivata la chiusura delle indagini preliminari a carico di un nuovo indagato già puntualmente individuato come il sicuro “nuovo” assassino con tanto di sentenze inoppugnabili pronunciate nei tribunali dei social network.
Ci si guarderà bene quindi dal partecipare a questo spettacolo per provare invece a ragionare su alcuni degli effetti devastanti che la “vicenda Garlasco” riversa sul nostro già malato sistema giustizia. Quell’omicidio è diventato negli anni una sorta di eterno ritorno giudiziario: sentenze, assoluzioni, ribaltamenti, consulenze, contro-consulenze, la già citata pornografia mediatica, nuove suggestioni investigative si sono rincorse senza tregua.
Un meccanismo che ha finito con il trasformare quel processo penale in un’opera infinita, dove la certezza non arriva mai e il dubbio non viene governato ma alimentato. Ed è proprio il principio della condanna oltre ogni dubbio ragionevole l’istituto che questa vicenda rischia di travolgere in modo drammatico.
La condanna definitiva di Stasi convive infatti con un dato che non può essere rimosso: la persistente percezione di un quadro probatorio perennemente controverso, indiretto, discusso. Una percezione che si è inevitabilmente riaccesa con l’emergere dei nuovi, inquietanti scenari investigativi. Ma il principio del ragionevole dubbio non è una formula retorica buona per i convegni giuridici.
È il pilastro della giurisdizione democratica. Significa che il dubbio deve proteggere l’imputato quando la ricostruzione accusatoria non raggiunge un livello di certezza elevatissimo. Significa che il processo penale non può accontentarsi della verosimiglianza. E significa soprattutto che l’errore giudiziario, in una democrazia liberale, deve essere percepito come il rischio massimo da evitare.
Le assoluzioni di Alberto Stasi in primo grado e in appello furono, come oramai tutti sanno, ribaltate dalla sentenza della Cassazione del 2013. Una sentenza che peraltro, letta attentamente, rivela ampi passaggi che sfociano nel merito (cosa inibita come noto alla Suprema Corte).
Da lì si è messo in moto un cortocircuito che rischia di logorare in maniera preoccupante quella fiducia collettiva nella giustizia tanto necessaria quanto già traballante. Perché quando il cittadino percepisce che tutto può essere rimesso in discussione all’infinito – indagini, verità processuali, responsabilità – il problema non riguarda più soltanto i protagonisti (prime vittime ovviamente) di quella vicenda. Riguarda l’autorevolezza stessa con cui si guarda al Giudice.
La giurisdizione vive infatti di una materia fragile: la credibilità. Il Giudice non dispone della forza della politica data dal consenso elettorale. La sua autorevolezza nasce dalla percezione di equilibrio, rigore, imparzialità e affidabilità delle decisioni. Ma se un processo simbolo continua a produrre dubbi infiniti, piste alternative e colpi di scena permanenti, allora quella autorevolezza inevitabilmente si incrina. In questo clima, la giustizia rischia di apparire non più come il luogo della decisione definitiva, ma come un’arena nella quale ogni verità resta reversibile e ogni sentenza è soltanto una tappa provvisoria.
È un modello pericoloso. Non è l’istituto della revisione che qui si pone in discussione, sia chiaro, ma il percorso attraverso il quale in questo caso ci si arriverà. Non va dimenticato infatti che quando parliamo di revisione parliamo di una misura eccezionale. Nella normalità, una democrazia liberale ha bisogno di processi rigorosi, garantiti e credibili.
E ha bisogno di decisioni capaci di chiudere in tempi ragionevoli qualunque vicenda giudiziaria. Altrimenti la pena diventa infinita, il dubbio eterno e la giurisdizione perde la sua funzione essenziale: offrire cioè una verità processuale sufficientemente solida da essere riconosciuta come autorevole dalla collettività.
Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire. Dal coraggio di riconoscere che il problema non riguarda soltanto Garlasco. Riguarda il modo in cui la giustizia italiana costruisce il rapporto tra prova, dubbio e decisione finale. E quando un processo sembra non finire mai, a perdere non sono soltanto gli imputati, le vittime o le loro famiglie. Perde la Giustizia. Perde lo Stato. Perdiamo tutti.

