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Economia

Di Rony Hamaui*


L’Ecofin ha raggiunto un compromesso sul meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie. L’onere si sposta dai contribuenti agli azionisti, obbligazionisti e depositanti sopra i 100mila euro. Con alcune possibili conseguenze sul credito e sulla stabilità del sistema. La soluzione americana.


IL MECCANISMO PER RISOLVERE LE CRISI BANCARIE

Il difficile compromesso raggiunto dal Consiglio dei ministri economici e finanziari (Ecofin) lo scorso 18 dicembre circa il meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie prevede: 1) un importate ruolo degli Stati membri nella governance del futuro organismo di risoluzione delle crisi; 2) un utilizzo praticamente nullo del Meccanismo europeo di stabilità (Esm) che continuerà a finanziare gli Stati in difficoltà e non le banche; 3) un bassissimo grado di mutualità del futuro fondo di risoluzione delle crisi bancarie almeno nei prossimi dieci anni, quando verranno raccolti dal sistema bancario circa 55 miliardi di euro che serviranno ad alimentarlo. Ridicola appare comunque la dimensione del fondo se pensiamo che la crisi di questi anni ha richiesto ai governi dell’Unione di mobilitare risorse per oltre 4.500 miliardi; 4) un preponderante utilizzo di risorse private nel salvataggio degli istituti creditizi.
 Infatti, la vera novità dell’approccio europeo riguarda il principio del bail-in. In altri termini, come chiarito con enfasi dal comunicato stampa ufficiale, l’onere delle crisi bancarie a partire dal 1° gennaio 2016 non ricadrà più sui contribuenti, ma su azionisti, obbligazionisti e depositanti sopra i 100mila euro.

Questi, infatti, saranno tenuti a coprire la prima perdita fino almeno all’8 per cento degli attivi della banca. Poi entrerà in opera il fondo di risoluzione per un altro 5 per cento e solo a questo punto i governi potranno aiutare le banche in difficoltà, sempre che gli venga concesso dall’organo comunitario incaricato di gestire le crisi.
 Per certi versi, questo approccio riporta il sistema finanziario alla situazione dell’Ottocento, quando tuttavia la regolamentazione e la supervisione bancaria erano molto più rudimentali e non esistevano banche centrali che potessero offrire liquidità al sistema. La necessità di riscrivere il contratto sociale fra banche e Stato (garanzia per gli istituti creditizi più grandi in cambio di forte regolamentazione e supervisione) è ovviamente figlia di questa crisi, che ha mostrato le debolezze del modello seguito. In Europa, poi, la cacofonia degli interventi dei singoli Stati ha accresciuto l’incertezza e messo in discussione la solidità del sistema. Tuttavia, quali sono gli effetti di questa scelta, che per altro nessun altro paese sviluppato sembra per il momento voler seguire con la medesima determinazione? (1)


LE CONSEGUENZE MACROECONOMICHE

Secondo l’approccio del bail-in, oltre a introdurre un sano principio di equità che eviti di far pagare al povero contribuente gli errori o le malefatte dei banchieri, il meccanismo dovrebbe limitare l’azzardo morale di chi investe nel capitale delle banche o gli fa credito, senza prestare troppa attenzione ai rischi poiché garantiti dallo Stato. In altri termini, il sistema dovrebbe risultare meno rischioso e più stabile. Non è tuttavia chiaro quanto l’azzardo sia stato importante durante questa crisi, se ricordiamo che gli azionisti delle banche salvate hanno comunque pagato un prezzo altissimo, giacché il valore dei corsi azionari si sono praticamente quasi azzerati. Inoltre, i manager ritenuti responsabili del default sono sempre stati licenziati, anche se spesso con laute liquidazioni. (2)

 Diverso è il discorso dei creditori (obbligazionisti e depositanti) che invece quasi mai sono stati toccati dalle crisi bancarie, con l’unica eccezione della vicenda cipriota. Tutte le simulazioni effettuate mostrano che in caso di crisi bancarie della dimensione di quelle osservate in questi anni sia gli obbligazionisti junior che senior, e in alcuni casi anche i depositanti, verrebbero pesantemente penalizzati dal meccanismo europeo. (3)
 Toccare i creditori e togliergli l’assicurazione implicita significa tuttavia aumentare il costo della raccolta bancaria: obbligazionisti e depositanti istituzionali vorranno essere remunerati per il maggior rischio. Questo vuol dire aumentare il costo del credito per le imprese e le famiglie e forse ridurne la quantità disponibile, per la verità in questo frangente già assai scarsa. Ma ancora più rischiose appaiono le possibili conseguenze macroeconomiche della scelta europea. Supponiamo, infatti, che le difficoltà del sistema bancario non nascano da ardite speculazioni, ma semplicemente dalla congiuntura economica che accresce le sofferenze. In questa situazione, far pagare ai privati il costo dei fallimenti bancari non farebbe altro che acuire la recessione, che presto diventerebbe depressione.

Emblematico è il caso italiano in cui la crisi delle banche dipende in larga misura dalla recessione e moltissime obbligazioni, anche subordinate, sono in mano a piccoli risparmiatori. Evidenti sarebbero allora i rischi di stabilità del sistema e quelli di contagio, mentre il famigerato circolo vizioso fra crisi bancarie e crisi del debito sovrano non verrebbe certo spezzato. Diversa è la strada intrapresa dagli Stati Uniti che hanno preferito rendere più stringente la regolamentazione bancaria attraverso l’approvazione della Volcker rule, che di fatto inibisce fortemente le banche commerciali dall’intraprendere operazioni speculative. Come nel caso della politica monetaria, dove la Fed è stata molto più coraggiosa della Bce a mettere in atto politiche monetarie non convenzionali, l’interventismo statale americano appare molto più marcato. E questo contraddice la tradizione culturale europea generalmente più statalista. Ma in una Unione Europea senza uno stato, molto viene lasciato alle forze del mercato e i risultati si vedono: Stati Uniti 2-Europa 0 (o meglio area euro -0,4) in termini di Pil nel 2013.

(1) Per la verità, anche la Fed e la Banca d’Inghilterra hanno pensato a un meccanismo di risoluzioni delle crisi simile a quello europeo. Ma nulla è stato poi approvato dai Governi, che non hanno voglia di legarsi troppo le mani. Si veda: Federal Deposit Insurance Corporation, Bank of England, (2012) “Resolving globally active, systemically important, financial institutions”, Working Paper.
(2) Laeven, L., Valencia, F. (2010). “Resolution of banking crises: The good, the bad, and the ugly”. IMF Working Paper.
(3) Per una simulazione degli effetti del bail-in si veda: Thomas Conlona e John Cotter “Anatomy of a Bail-In” UCD Center for Financial Markets.

*Da Lavoce.info

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unione bancaria
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