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“Billionaire Tax”, la tassa che fa diventare la California uno “Stato sovietico”

La tassa, molto semplicemente, prevede un’imposta applicata una sola volta dal valore del 5 per cento del patrimonio netto delle persone residenti in California con un “net worth” superiore al miliardo di dollari

“Billionaire Tax”, la tassa che fa diventare la California uno “Stato sovietico”

La “Billionaire Tax” della California: la tassa che fa diventare la California uno “Stato sovietico”

Dal nostro inviato a Washington – La California, culla delle big tech americane ed epicentro economico degli Stati Uniti, ha annunciato che imporrà una controversa tassa sui miliardari, ufficialmente chiamata One-Time Wealth Tax for State-Funded Health Care Programs Initiative, scatenando un’ondata di critiche e un rischio gigantesco di fuga dei miliardari dallo Stato di Los Angeles.

La tassa, molto semplicemente, prevede un’imposta applicata una sola volta dal valore del 5 per cento del patrimonio netto delle persone residenti in California con un “net worth” superiore al miliardo di dollari. La misura è stata sostenuta dal sindacato SEIU United Healthcare Workers West, e dovrà essere approvata dai cittadini californiani nel corso delle elezioni di novembre 2026.

Secondo il sindacato e i sostenitori della misura, il denaro raccolto andrà a finanziare programmi sanitari, sussidi alimentari e istruzione pubblica: ovvero i settori colpiti più duramente dai tagli federali voluti dall’amministrazione Trump. Se in Italia l’immagine della California è strettamente legata alla Silicon Valley e a Hollywood, negli Usa lo Stato è sempre più visto come una bolla perfettamente rappresentativa della gigantesca crescente disuguaglianza economica tra americani. Secondo i media statunitensi, la ricchezza collettiva dei miliardari californiani è passata da 300 miliardi di dollari nel 2011 a oltre 2 mila miliardi nel 2025, una crescita esplosiva inversamente proporzionale a quella del californiano medio, che fatica sempre di più ad arrivare a fine mese.

I sostenitori della misura, tra cui l’ex segretario del lavoro Robert Reich, sostengono che si tratta di un “atto di giustizia sociale necessario”, soprattutto alla luce dei tagli federali alla sanità pubblica. La California infatti, sotto il governatore democratico Gavin Newsom, sta sviluppando una strategia opposta a quella del presidente Trump, investendo nel sociale senza accettare i giganteschi tagli imposti dal Doge, al tempo guidato da Elon Musk.

L’obiettivo dichiarato è raccogliere 100 miliardi di dollari, da utilizzare principalmente per compensare i tagli federali all’assistenza sanitaria per i meno abbienti. Ad ogni modo, la proposta ha scatenato una vera e propria tempesta politica. Almeno sei dei circa 214 miliardari californiani hanno già lasciato lo Stato prima della scadenza del 1° gennaio 2026 (la legge, stranamente, è retrattiva), tra cui i co-fondatori di Google Larry Page e Sergey Brin e l’ex CEO di Uber Travis Kalanick. Per capire la profondità dei dati e dell’impatto della legge, l’imprenditore Chamath Palihapitiya ha stimato che dopo solamente l’annuncio della proposta siano stati trasferiti fuori dalla California oltre 700 miliardi di dollari.

I critici avvertono che le conseguenze potrebbero essere devastanti per le finanze dello Stato. L’Ufficio per l’analisi legislativa della California ha dichiarato che la misura potrebbe creare un “aumento temporaneo delle entrate statali” ma causerebbe anche “una riduzione permanente delle entrate fiscali di centinaia di milioni di dollari o più all’anno”.

Al contempo, la Hoover Institution di Stanford ha stimato che la California potrebbe addirittura perdere fino a 25 miliardi di dollari, una volta considerato il mancato gettito fiscale derivante dalla partenza dei miliardari. Le previsioni più ottimistiche parlano di un gettito reale di circa 40 miliardi, ben lontano dai 100 promessi. Il governatore democratico Gavin Newsom, sorprendentemente, si è schierato contro la proposta, definendola qualcosa che “non ha senso” ed è “davvero dannosa per lo Stato”.

Anche diversi candidati democratici alla sua successione nelle elezioni del 2026 si sono espressi contro la tassa. Numerosi esponenti conservatori e del mondo tech hanno accusato la California di stare scivolando verso un modello di economia statalista, incompatibile con i valori fondanti dell’imprenditoria americana. Lo stesso cofondatore di Google Sergey Brin, fuggito dall’Unione Sovietica, ha avvertito dei rischi della tariffa, affermando di “Non voler vedere la California andare nella stessa direzione (dell’Urss, ndr). Il miliardario Bill Ackman ha scritto sui social che la California è “sulla strada dell’autodistruzione”, aggiungendo che “Hollywood è già finita, e ora anche gli imprenditori più produttivi se ne andranno, portando con sé entrate fiscali e posti di lavoro”.

Al di là del dibattito politico, la posta in gioco è enorme. Una tassa patrimoniale di successo in California potrebbe creare un precedente capace di ridisegnare l’approccio fiscale di tutti gli Stati americani nei confronti degli ultra-ricchi. E mentre il voto di novembre si avvicina, la California è diventata il campo di battaglia simbolico di un conflitto più grande: quello tra chi crede che la ricchezza estrema debba essere redistribuita e chi invece la considera il motore insostituibile dell’innovazione e della prosperità.