La Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, è stata uccisa nei raid condotti da Israele e Stati Uniti su Teheran che ha raso al suolo la sua residenza. Ma chi era Khamenei? Nato il 19 aprile 1939 a Mashhad, città santa per gli sciiti, Khamenei iniziò gli studi in una maktab, l’allora scuola elementare tradizionale. Secondogenito dell’hojatoleslam Javad Khamenei, frequentò poi il seminario di Mashhad seguendo le lezioni del grande ayatollah Milani. A 18 anni si recò in pellegrinaggio a Najaf, in Iraq, città destinata ad avere un ruolo importante nella sua formazione religiosa. L’anno successivo si trasferì a Qom, centro nevralgico dello sciismo, dove fino al 1964 studiò sotto la guida di alcuni tra i più autorevoli ayatollah dell’epoca, tra cui Borujerdi e Ruhollah Khomeini, futuro fondatore della Repubblica islamica. “Per quanto riguarda le idee politiche e rivoluzionarie e la giurisprudenza islamica, sono certamente un discepolo dell’Imam Khomeini”, avrebbe dichiarato in seguito.
Già nei primi anni Sessanta entrò nelle file dei rivoluzionari che si opponevano al regime dello Shah e alla sua politica filo-americana. L’impegno nella causa khomeinista gli costò arresti e periodi di detenzione. Nel maggio 1963 fu incarcerato dopo aver ricevuto da Khomeini l’incarico di consegnare un messaggio segreto all’ayatollah Milani; un mese più tardi venne nuovamente arrestato per attività antigovernative. Negli anni dell’esilio di Khomeini- prima in Iraq, poi in Francia- Khamenei rimase in stretto contatto con lui, diventandone un fidato consigliere. Dopo il ritorno a Teheran nel 1979 fu nominato membro del Consiglio della Rivoluzione. In seguito ricoprì l’incarico di vice ministro della Difesa e rappresentante personale di Khomeini nel Consiglio Supremo per la Difesa, arrivando per un breve periodo a comandare i Guardiani della Rivoluzione. Falco in politica estera, fu tra i negoziatori chiave durante la crisi degli ostaggi. Tra i membri fondatori del Partito Islamico Repubblicano, nel 1981 sopravvisse a un attentato: una bomba esplose mentre teneva un discorso in una moschea di Teheran, facendogli perdere l’uso del braccio destro. L’attacco fu rivendicato dai Mojahedin del Popolo.
Nello stesso anno venne eletto deputato e poi presidente della Repubblica islamica, carica che mantenne per due mandati consecutivi fino al 1989. Alla morte di Khomeini fu scelto dall’Assemblea degli Esperti come Rahbar, Guida Suprema, approfittando della rottura tra il fondatore della Repubblica islamica e l’ayatollah Montazeri, considerato il successore naturale. Khamenei non possedeva inizialmente i requisiti religiosi per la carica, che richiedeva il riconoscimento come marja-e taqlid, “fonte di imitazione”. Per colmare il vuoto di potere, la Costituzione venne emendata e, in una sola notte, fu promosso da hojatoleslam ad ayatollah. Sotto la sua leadership l’Iran attraversò fasi di profonda tensione interna ed esterna. Il primo grande banco di prova fu il doppio mandato del presidente riformista Mohammad Khatami, che promuoveva un’apertura verso l’Occidente. Khamenei ostacolò molte delle sue riforme, frenando i tentativi di liberalizzazione politica e sociale.
Con il successore ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad, ritenuto da molti un suo protégé, la Repubblica islamica visse una delle stagioni più turbolente. La contestata rielezione del 2009 scatenò l’Onda Verde: migliaia di manifestanti scesero in piazza e la repressione fu durissima. I leader dell’opposizione, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, furono arrestati. Nel 2013 salì alla presidenza Hassan Rohani. Il suo doppio mandato fu segnato dall’accordo sul nucleare del 2015 (Jcpoa), che portò alla revoca delle sanzioni contro Teheran. Khamenei sostenne l’intesa con le potenze mondiali, ma si oppose a ogni tentativo di ampliare le libertà civili. Nel 2018 l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo, decisa da Donald Trump, fece ripiombare il Paese in una grave crisi economica e alimentò nuove proteste nel 2019, durante le quali risuonò lo slogan “morte al dittatore”, rivolto proprio alla Guida Suprema. L’ostilità verso Washington e Israele rimase un tratto costante della sua retorica. Khamenei accusò a più riprese gli Stati Uniti di tradimento e definì Israele un “cancro”, arrivando a minacciarne la cancellazione dalle mappe. Nel gennaio 2020 un raid statunitense a Baghdad uccise Qassem Soleimani, capo della Forza Quds e suo stretto alleato. Khamenei promise vendetta e ordinò il lancio di missili contro basi irachene che ospitavano truppe americane. Pochi giorni dopo, l’abbattimento per errore di un aereo ucraino da parte della contraerea iraniana, con 176 morti, scatenò nuove proteste interne.

