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Come riaprire in modo duraturo Hormuz? Il piano per lo stretto: coalizione navale internazionale, ma senza gli Usa la Cina avanza

Il vero nodo geopolitico non è solo la pressione iraniana ma la gestione del passaggio che muove energia, commercio e nuovi equilibri globali

Come riaprire in modo duraturo Hormuz? Il piano per lo stretto: coalizione navale internazionale, ma senza gli Usa la Cina avanza
Stretto di Hormuz

Dal petrolio ai petroyuan, sul corridoio marittimo si gioca il peso strategico di Washington e Pechino

L’area cosiddetta identitaria o sovranista, sia essa governativa o indipendente, deve fare i conti con la probabile sconfitta di Orban in Ungheria alle elezioni di domenica e con l’altrettanto probabile dura sconfitta di Donald Trump alle elezioni di Midterm. I risultati elettorali negli Stati ove si è recentemente votato, hanno visto la vittoria prevalente dei candidati Democratici.

Poiché l’Amministrazione Trump ha appoggiato apertamente e con vigore la quinta candidatura alla Presidenza del leader anti europeista magiaro, tutti dovranno fare i conti con il cambiamento di alcuni scenari, nel caso di una doppia sconfitta per il Tycoon che diventa tripla se si pensa che Orban è stato definito da J.D. Vance come il migliore alleato degli Stati Uniti sulla questione Ucraina.

L’incognita è piuttosto importante, sul piano geopolitico, perché l’eventuale sconfitta di Orban creerebbe sicuramente dei contraccolpi alla Federazione Russa in ottica della guerra contro Zelensky ma anche nei rapporti con la UE, perché non avrebbe più un Paese amico, che pone il veto sui 90 mld di finanziamento a Kiev e che spinge per le ragioni, anche economiche, del Cremlino più che per quelle di Bruxelles. E come reagirà Donald Trump se, come sembra, dovesse perdere le elezioni di medio termine?

Forse anche per non pensare troppo alla reazione imprevedibile di The Donald, lo Stretto di Hormuz rimane saldamente al centro dell’attenzione mediatica. L’incontro previsto a breve potrebbe risolvere in maniera duratura la situazione? Avremmo molte perplessità.

Gli iraniani minacciano di trasformarlo in un “casello a pedaggio” permanente. Trump è stato categorico: Teheran deve riaprirlo o l’Iran sarà annientato. Minaccia molto forte, già smorzata, tipica della dialettica trumpiana per ottenere un tavolo di trattativa, che non ha dato, per il momento, l’esito positivo, ottimisticamente preannunciato.

In un modo o nell’altro, lo Stretto di Hormuz riaprirà. Ma un ritorno al totale libero passaggio sembra estremamente improbabile.
James Stavridis, ammiraglio in pensione della Marina degli Stati Uniti, ex comandante supremo alleato della NATO e vicepresidente di Carlyle propone su Bloomberg “una soluzione lungimirante: la creazione di una coalizione navale internazionale, che garantisca la libertà di navigazione, sia per il traffico commerciale che per quello militare”.

Lo stretto è lungo circa 34 chilometri, con l’Iran a nord, l’Oman e gli Emirati Arabi Uniti a sud. Circa il 20% del greggio e dei prodotti petroliferi mondiali lo attraversa ogni giorno, insieme a una quantità simile di gas naturale, a notevoli quantitativi di fertilizzanti ed elio (quest’ultimo fondamentale per la produzione di microchip di alta tecnologia).

L’ammiraglio testimonia che è un passaggio di navigazione insidioso, anche senza dover fare i conti con mine, missili, piccole imbarcazioni militarizzate e micidiali droni antinave. Il suo sistema di separazione del traffico, ovvero il sistema di instradamento segnalato sulle carte nautiche per coordinare il traffico in direzioni opposte, è molto stretto, e dispone di una zona cuscinetto tra l’Iran e l’Oman.

Questi passaggi angusti non sono acque internazionali perché rientrano nelle acque territoriali di 12 miglia degli Stati confinanti. Tuttavia, poiché lo Stretto di Hormuz collega le grandi acque internazionali del Golfo Persico e dell’Oceano Indiano, attraverso il Mar Arabico, crea un diritto internazionale al transito. In base alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), lo stato costiero non può sospendere il transito, per nessun motivo.

L’Iran, però, ha rivendicato il controllo sovrano sullo stretto ed ha imposto pedaggi per il transito, ha posizionato mine per indirizzare il traffico più vicino alle sue coste e imposto che alle forze iraniane sia consentito imbarcarsi sulle navi in transito.

Nulla di tutto ciò sarà in definitiva accettabile per la comunità internazionale, in particolare per gli stati arabi del Golfo, che si troverebbero in una situazione di stallo – sostiene sempre Bloomberg. La tesi dell’Iran sarà, molto probabilmente che, come gli Stati Uniti, non è tra i 170 paesi che hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

Perciò, secondo l’ammiraglio Stavridis ci sarebbero due strade percorribili: “una consiste nell’utilizzare la forza militare statunitense e israeliana per costringere l’Iran a rispettare il diritto internazionale. L’altra è una soluzione negoziata tra le parti in conflitto”.

Se i negoziati sullo stretto fallissero definitivamente, costringere l’Iran alla “resa incondizionata”, come la definisce Trump, sarebbe un’impresa titanica. Innanzitutto, verrebbe lanciata una nuova e massiccia campagna di bombardamenti. Probabilmente, gli attacchi minacciati da Trump contro la rete energetica civile e gli impianti di desalinizzazione potrebbero essere considerati crimini di guerra.

Oltre alle lunghe e dispendiose operazioni di sminamento marittimo, potrebbe avvicinarsi una rischiosa operazione terrestre con il coinvolgimento di Marines o paracadutisti (attualmente ce ne sono circa 10.000 nel Golfo o diretti verso di esso).

“Utilizzare questo cessate il fuoco per raggiungere una soluzione pacifica sarebbe di gran lunga preferibile al ricorso a un’operazione militare” – sostiene saggiamente Bloomberg.

L’Inghilterra ha organizzato una conferenza con altre 40 nazioni per discutere l’idea di istituire un’ Autorità multinazionale dello Stretto di Hormuz, sotto l’egida della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Potrebbe essere allargata ad una coalizione di Stati marittimi disponibili a collaborare.

L’onere di gestire un simile piano potrebbe ricadere non solo sugli Stati Uniti e l’Europa, ma anche sulle nazioni che hanno il maggiore interesse a riaprire il passaggio, quindi navi da guerra cinesi (dato che Xi Jinping ricava il 40% del suo petrolio dal Golfo), Indiane, Giapponesi e Coreane del Sud, tutte dotate di marine militari molto efficienti. La domanda naturale è: l’Iran potrebbe accettare di parteciparvi, alla fine delle ostilità? Da un’analisi realistica non pare nelle corde del regime degli Ayatollah accettare simili accordi con Paesi potenzialmente ostili.

Cosa accadrebbe se, invece, fosse Trump a rifiutare il coinvolgimento degli Stati Uniti in una coalizione internazionale? Bloomberg risponde che “il piano sarebbe molto più difficile da attuare senza navi da guerra, servizi segreti e potenza aerea statunitensi, ma non impossibile. La non partecipazione americana infliggerebbe un altro duro colpo alla leadership globale degli Stati Uniti. La Cina ne trarrebbe un notevole vantaggio geopolitico, oltre a una fornitura garantita della sua linfa vitale, il petrolio”.

Il rischio potrebbe essere anche la sostituzione della moneta di scambio in dollari statunitensi con dei “petroyuan”. L’Ammiraglio Stavridis sostiene, con ragionevolezza, che un piano, a guerra in corso, sarebbe fondamentale, in modo che sia pronto quando l’Iran riaprirà lo stretto, in un modo o nell’altro. L’avventura nell’antica Persia, priva di qualsiasi strategia militare, è stata, per molti analisti un pericoloso azzardo, ma ora che si è in ballo serve che ufficiali con grande esperienza formulino proposte di compromesso, che non siano al ribasso per l’Iran, perché non verrebbero accettate.

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