Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Esteri » Emirati via dall’Opec, l’esperto: “Mossa per dominare il mercato nel post-guerra. Prezzi più alti, brutte notizie in arrivo”

Emirati via dall’Opec, l’esperto: “Mossa per dominare il mercato nel post-guerra. Prezzi più alti, brutte notizie in arrivo”

Lorenzo Noto (Limes) analizza per Affaritaliani le ragioni dell’uscita degli Emirati dall’Opec e le conseguenze sugli equilibri energetici globali

Emirati via dall’Opec, l’esperto: “Mossa per dominare il mercato nel post-guerra. Prezzi più alti, brutte notizie in arrivo”
petrolio

Emirati, addio all’Opec. L’esperto: “Mossa politica per il post-guerra, più autonomia sul mercato”

Mentre la crisi tra Iran e Stati Uniti continua a ridisegnare gli equilibri del Golfo, tra tensioni militari, blocchi intermittenti dello Stretto di Hormuz e crescente incertezza sui mercati energetici, anche gli assetti interni all’Opec mostrano crepe sempre più evidenti. In questo scenario instabile, la decisione degli Emirati Arabi Uniti di lasciare il cartello petrolifero dopo 60 anni segna una svolta che va oltre il piano economico, intrecciandosi con rivalità regionali e nuove strategie di posizionamento globale.

In questo contesto sorgono nuovi interrogativi sugli equilibri energetici e geopolitici futuri: quanto pesano davvero le tensioni con l’Arabia Saudita? Quale ruolo ha avuto la guerra in Iran? E quali saranno le conseguenze di questa scelta sui mercati globali? A fare chiarezza è Lorenzo Noto, consigliere redazionale di Limes e studioso di geopolitica del Mediterraneo, che ad Affaritaliani analizza le ragioni profonde della scelta emiratina e i possibili sviluppi dello scenario internazionale.

Perché gli Emirati Arabi lasciano l’Opec dopo 60 anni: è una scelta più economica o politica? E quanto pesa, in questa decisione, la guerra in Iran rispetto alle tensioni con l’Arabia Saudita?

“È una scelta insieme economica e politica, o meglio strategicamente politica con una giustificazione economica preesistente. La Abu Dhabi National Oil Company ha investito per portare la capacità produttiva verso i 5 milioni di barili al giorno, contro una quota Opec+ poco sopra i 3: da anni c’era insofferenza verso un sistema percepito come favorevole alla rendita saudita.

Il punto sono però le tempistiche: la guerra Israele-Usa-Iran e il blocco di Hormuz hanno fatto da catalizzatore, mostrando il fallimento del modello di sicurezza basato su deterrenza americana e dialogo con Teheran. In questo vuoto, gli Emirati puntano anche all’autonomia produttiva.

L’uscita dall’Opec si inserisce nella frattura con Riyad, già evidente altrove, come nella crisi nello Yemen meridionale. È una risposta su un terreno – il mercato petrolifero globale – dove i sauditi non dettano le condizioni.Anche il fatto che la mossa sia stata letta a Washington come “una vittoria di Trump” non è casuale: Abu Dhabi segnala agli Stati Uniti di restare il partner arabo più affidabile, mentre Riyad si muove su altri assi.

In sintesi: il peso politico supera quello economico, e al suo interno la frattura con Riyad pesa quanto e forse più della guerra iraniana, che ha offerto la finestra di opportunità”.

Senza i vincoli dell’Opec, gli Emirati punteranno davvero ad aumentare la produzione nel breve periodo o prevarranno i limiti imposti dalla crisi nel Golfo?

“Nel brevissimo termine è difficile un aumento significativo. Con Hormuz bloccato a intermittenza e i flussi di greggio ridotti, l’aumento di produzione rischia di restare retorico. Inoltre, le rappresaglie iraniane hanno colpito anche i terminali: la produzione non si riattiva con un interruttore.

L’uscita dall’Opec serve soprattutto ad acquisire libertà sui margini di profitto e sui partner per finanziare la ricostruzione, senza sottostare a quote decise a Riyad. La scommessa è sul medio periodo. Non a caso si parla di aumento “graduale e deliberato”. In prospettiva, gli Emirati hanno un vantaggio: possono esportare circa 1,5 milioni di barili al giorno bypassando Hormuz tramite Fujairah, cosa che altri Paesi del Golfo non possono fare nella stessa misura.

In sintesi: nel breve prevarranno i limiti della crisi, ma nel medio-lungo periodo è un posizionamento più aggressivo per la fase post-bellica”.

Quanto indebolisce davvero l’Opec questa uscita e quali conseguenze può avere, nel breve e medio-lungo periodo, sugli equilibri energetici e geopolitici globali?

“Un indebolimento dell’Opec c’è, ma va misurato soprattutto sul piano simbolico-politico più che su quello quantitativo immediato. Gli Emirati pesano circa il 13% della capacità produttiva Opec e poco più del 4% della produzione mondiale: numeri non dirompenti, ma rilevanti.

La differenza è qualitativa: gli Emirati sono uno dei pochi Paesi con significativa spare capacity, cioè la capacità di aumentare rapidamente la produzione. La loro uscita lascia l’Arabia Saudita come unico vero ago della bilancia del cartello, ma con meno leva e più esposta alle pressioni esterne.

Si apre inoltre una fase in cui l’asse Opec+ costruito su Arabia Saudita e Russia potrebbe diventare più fragile, anche perché la guerra in Iran ha accentuato divergenze già esistenti: Mosca ha bisogno di prezzi alti per finanziare il conflitto in Ucraina, mentre Riyad deve bilanciare prezzi e quote di mercato per sostenere i suoi progetti di trasformazione economica. In questo scenario cresce anche la possibilità di accordi diretti tra produttori e consumatori che bypassino il cartello, aumentando la frammentazione del mercato e la volatilità dei prezzi. L’uscita degli Emirati è insomma un segnale che nella corsa alla monetizzazione del greggio in una fase critica ognuno gioca per sé. 

Per l’Italia e l’Europa, con margini di manovra sempre più ridotti in uno scenario di fratture multiple, un sistema energetico meno governato e più fluido rappresenta un fattore di ulteriore instabilità”.

LEGGI TUTTE LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI