Nelle capitali europee cresce la consapevolezza che le pressioni e le minacce di Trump nei confronti della Nato non siano un fenomeno recente, ma una dinamica ormai consolidata
Dal nostro inviato a Washington – L’amministrazione di Donald Trump si sta rivelando, con ogni probabilità, il banco di prova più significativo per la stabilità e la coesione dell’Alleanza Nato degli ultimi anni. Dall’Ucraina alla Groenlandia, passando per l’Iran e arrivando fino alla crisi nello Stretto di Hormuz, sono molteplici i teatri nei quali il presidente statunitense ha, tra affermazioni controverse, gesti o decisioni, creato un vero e proprio cratere di distanza, politica e strategica, tra Washington e i suoi alleati transatlantici, in particolare il pilastro europeo.
Negli ultimi giorni, sia pubblicamente sia in contesti riservati, il tycoon ha intensificato gli attacchi verbali contro diversi membri dell’Unione europea e della Nato, colpendo in particolare partner storici dell’Italia come Spagna e Regno Unito. Le critiche si sono estese anche ai leader di questi Paesi, tra cui il primo ministro britannico Keir Starmer, accusato dal presidente americano di essere stato “lento” nel sostenere l’operazione militare statunitense contro l’Iran. In una delle sue dichiarazioni più discusse, Trump ha riconosciuto a Starmer di essere “un politico decente”, aggiungendo però che “non è certo Churchill”.
Parallelamente, il presidente su Truth Social ha espresso un giudizio estremamente critico nei confronti della risposta dell’Alleanza alla crisi nello Stretto di Hormuz, affermazioni che probabilmente, se fatte da qualsiasi altro politico, avrebbero portato la Nato a spaccarsi. Trump ha affermato che la scelta di molti alleati di non partecipare alle operazioni statunitensi in Medio Oriente è stata una “cattiva decisione” e un “errore sciocco”. In alcuni casi, Trump si è spinto fino a qualificare determinati Paesi come “codardi”, alimentando il clima di tensione già presente con la questione della Groenlandia.
I membri europei della Nato appaiono però compatti, radicando il non interventismo in Iran a una valutazione strategica e politica chiara, evidenziata anche da numerosi analisti e giornalisti americani: Trump non può aspettarsi che gli alleati diano uomini, mezzi e armi per attacchi di cui non erano neanche stati preavvisati. Non solo, il timore principale riguarda anche il rischio di perdite umane, oltre alla possibilità di rimanere intrappolati in un conflitto prolungato. Negli Usa, nel caso di “boots on the ground”, ovvero dell’invio di truppe di terra in Iran, si parla già del rischio di un nuovo Vietnam, con gli americani che hanno creato un movimento e un sito internet chiamato “Draft Barron” per spingere il presidente Trump ad arruolare suo figlio in caso di una nuova chiamata di leva per combattere i pasdaran.
In questo contesto, il legame tra Washington e le capitali europee appare sempre più sottoposto a tensioni strutturali. Per Trump, infatti, la questione non si limita alla sicurezza di una delle principali rotte energetiche globali, ma assume una dimensione politica: si tratta di una prova di lealtà simile a quella che impone ai membri del Partito Repubblicano alla Camera e al Senato. Il presidente, incredibilmente per molti, sembra aspettarsi che gli alleati europei, in particolare quelli storicamente più vicini agli Stati Uniti o ideologicamente affini alla linea “MAGA”, si allineino automaticamente alle decisioni prese a Washington, senza sollevare obiezioni o richiedere consultazioni approfondite come quelle che portarono agli attacchi in Afghanistan in passato.
In un’intervista rilasciata all’emittente “PBS”, la politologa italiana Nathalie Tocci ha evidenziato come i governi europei siano riluttanti a farsi coinvolgere in un conflitto che non hanno contribuito a iniziare e sul quale non sono stati consultati. Tale posizione è ulteriormente rafforzata dalle recenti dichiarazioni dell’amministrazione Trump su altri dossier sensibili, come il sostegno all’Ucraina e le tensioni con la
Danimarca in merito alla Groenlandia, che hanno contribuito a erodere il livello di fiducia reciproca.
Secondo Tocci, il problema non riguarda soltanto la specifica crisi nello Stretto di Hormuz, ma investe l’intero impianto della relazione transatlantica. In Europa sta infatti maturando la percezione che il tradizionale “contratto politico” tra le due sponde dell’Atlantico, basato su sicurezza condivisa, cooperazione economica e convergenza strategica, si stia progressivamente indebolendo.
In questo scenario, le richieste statunitensi vengono sempre più valutate caso per caso, anziché accettate automaticamente in nome della solidarietà alleata. Gli europei ritengono che la priorità non sia un’escalation militare, ma la fine del conflitto come condizione necessaria per riaprire lo Stretto di Hormuz.
Allo stesso tempo, nelle capitali europee cresce la consapevolezza che le pressioni e le minacce di Trump nei confronti della Nato non siano un fenomeno recente, ma una dinamica ormai consolidata. Negli ultimi anni si sono già manifestati segnali concreti, come il progressivo ridimensionamento della presenza militare statunitense in Europa, le incertezze sul sostegno all’Ucraina e persino tensioni dirette con alleati storici come la Danimarca sulla questione della Groenlandia. Tutti questi elementi contribuiscono a una lettura sempre più disincantata del rapporto con Washington: per molti governi europei, l’idea di un’alleanza automatica e incondizionata appare ormai superata, lasciando spazio a un approccio più pragmatico e autonomo.

