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Guerra, lo stratega militare: “L’Iran sparirà in una notte? Solo una frase a effetto. Ecco la tattica di Trump per far sedere Teheran al tavolo delle trattative”

L’analista Paniccia a Affaritaliani: “La minaccia atomica è fuori discussione, ma i raid massicci sulle infrastrutture energetiche continueranno con ancora più intensità”

Guerra, lo stratega militare: “L’Iran sparirà in una notte? Solo una frase a effetto. Ecco la tattica di Trump per far sedere Teheran al tavolo delle trattative”

“L’Iran sparirà in una notte? Solo una frase a effetto. Ecco la vera strategia di Trump”, l’analisi dell’esperto 

Mentre la retorica di Donald Trump si fa incandescente, evocando scenari di distruzione totale per l’Iran, lo scontro tra Washington e Teheran scivola lungo il sottile crinale che separa la propaganda bellica dalla pressione diplomatica. Le minacce della Casa Bianca si intrecciano a una realtà operativa fatta di raid mirati sulle infrastrutture energetiche e attacchi a siti strategici come Kharg Island, nel tentativo di logorare un regime già provato da incertezze interne e dal nodo vitale dello Stretto di Hormuz.

Siamo di fronte a una reale minaccia militare o a una cinica leva negoziale per far sedere Teheran al tavolo delle trattative? Quanto può reggere ancora la resistenza iraniana prima che il costo economico e strategico diventi insostenibile?

A fare chiarezza è Arduino Paniccia, analista di strategia militare e geopolitica, che ad Affaritaliani analizza la profondità dello scontro e le reali capacità di tenuta dei due attori: “La minaccia di distruggere l’Iran in una notte è una frase ad effetto che non ha riscontro nella realtà, ma rappresenta l’ennesimo tentativo di pressione narrativa nei confronti di vertici iraniani che non sono così granitici e coesi come vogliono far apparire”.

Quanto è credibile, dal punto di vista militare e politico, la minaccia di Donald Trump di “distruggere l’Iran in una notte”? Si tratta di una reale opzione operativa o di una leva negoziale?

“No, non è un’opzione reale. Non esiste la possibilità tecnica di distruggere in una sola notte un Paese delle dimensioni dell’Iran, che conta 93 milioni di abitanti e una vastità territoriale complessa. Si tratta della classica frase a effetto tipica della retorica di Trump: un’affermazione che non trova riscontro nella realtà militare né in quella politica.

È, piuttosto, l’ennesimo tentativo di esercitare una forte pressione narrativa sui vertici iraniani. Credo che l’intelligence americana sappia bene che la dirigenza di Teheran non è così granitica come vuole apparire. Lo dimostrano le frizioni tra il Presidente Pezeshkian e i vertici dei Pasdaran. Secondo alcune fonti, il Presidente avrebbe avvertito che la linea oltranzista delle Guardie della Rivoluzione rischia di portare il Paese al disastro.

Sebbene queste indiscrezioni vadano prese con cautela, è evidente che lo stato di salute precario della Guida Suprema Khamenei e l’impatto di sei settimane di bombardamenti stiano minando la tenuta del regime. Siamo di fronte a uno scontro di propaganda: da un lato la retorica di Trump sulla distruzione immediata, dall’altro le risposte di principio degli iraniani che dichiarano di non temere nulla. In realtà, dubito che l’Iran possa resistere ancora a lungo a una pressione militare congiunta di Israele e Stati Uniti”.

Se l’ultimatum scadesse senza un accordo, quale scenario è più plausibile: attacchi mirati alle infrastrutture, un’escalation totale o l’uso dell’arma nucleare da parte di Trump?

“Escluderei categoricamente sia l’uso del nucleare, che non avrebbe alcun senso strategico in questo contesto, sia l’avvio di una guerra aperta totale con invasione terrestre. Credo invece che assisteremo a una prosecuzione dei bombardamenti mirati sulle infrastrutture strategiche. Gli israeliani hanno già iniziato a colpire ponti e autostrade; il passo successivo sarà un attacco ancora più massiccio alle infrastrutture energetiche. Questa mi sembra la scelta operativa più probabile per i prossimi giorni: aumentare l’intensità dei raid per strangolare l’economia e la logistica del Paese senza necessariamente avviare un conflitto su larga scala”.

Quanto pesa lo Stretto di Hormuz negli equilibri globali e nelle decisioni militari degli Stati Uniti?

“Lo Stretto di Hormuz è fondamentale, soprattutto per i mercati e la stabilità economica globale. Per l’Iran rappresenta la vera “chiave di volta” strategica: finché ne detiene il controllo, mantiene una posizione di forza negoziale. Tuttavia, la visione di Trump è diversa. Per lui, Hormuz è un problema che riguarda principalmente gli alleati e la stabilità dei prezzi del petrolio, ma non è il cuore della sua strategia militare.

Trump è convinto che attacchi determinati e simbolici, come quelli contro le postazioni militari di Kharg Island, siano molto più efficaci per piegare la resistenza di Teheran. C’è però un rischio politico: se il blocco dello Stretto facesse impennare il prezzo del greggio, i mercati reagirebbero negativamente, colpendo la popolarità di Trump in patria. La sua è una linea molto sottile: vuole aumentare il costo della resistenza iraniana attraverso bombardamenti sempre più pesanti fino a renderla insostenibile, costringendo così i vertici dell’Iran a sedersi al tavolo delle trattative.

In conclusione, un elemento spesso sottovalutato è la fragilità interna della dirigenza iraniana. Se dovesse venire meno la figura di Khamenei, potremmo assistere a cambiamenti politici improvvisi. Il Presidente e una parte dell’establishment sanno che la capacità di resistenza del Paese non è infinita; le crepe interne esistono, anche se per ora rimangono nascoste sotto la superficie di dichiarazioni roboanti”.

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