“Il mercato, questo sconosciuto”. Verrebbe da citare Flaiano, se non fosse che qui c’è poco da sorridere. Perché la vicenda UniCredit–Commerzbank è l’ennesima fotografia di un’Europa che predica concorrenza e pratica protezionismo. E lo fa, guarda caso, sempre a senso unico.
Partiamo dai fatti. La banca guidata da Andrea Orcel ha costruito una posizione robusta ed è pronta a muoversi nel perimetro delle regole, con un’operazione che avrebbe una sua logica industriale. Non un blitz piratesco, ma un’operazione trasparente, regolata, dentro il mercato. Eppure Berlino alza il muro: il governo tedesco, la politica, i sindacati, il management. Tutti contro. Tutti a difesa dell’“interesse nazionale”.
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Domanda semplice: ma il mercato dov’è finito? Se un’operazione funziona industrialmente, allora deve essere lasciata correre. Gli azionisti decidono, i regolatori vigilano, il resto è rumore. Invece no. In Europa esiste una regola non scritta: il mercato vale solo quando conviene ai tedeschi o ai francesi.
Quando tocca agli altri, soprattutto agli italiani, scatta il riflesso condizionato. Difesa nazionale, asset strategici, occupazione. Tutto giusto, per carità. Ma guarda caso sempre a senso unico. E allora viene naturale guardarsi indietro. Il caso dei cantieri francesi di Saint-Nazaire, ex STX, è lì a ricordarcelo: quando Fincantieri provò a entrare, Parigi cambiò le carte in tavola, nazionalizzò, rallentò, impose condizioni. Risultato: operazione svuotata. E non è un’eccezione, è un metodo.
Dall’energia alle telecomunicazioni, passando per la difesa: Francia e Germania predicano Europa e praticano sovranismo economico. L’Italia invece deve stare al gioco. Deve accettare che le sue aziende vengano comprate e che, quando prova a fare il contrario, le porte si chiudano. Deve accettare che le regole siano elastiche, ma solo per alcuni.
Il punto non è UniCredit, non è Commerzbank. Il punto è un altro: se questo è il mercato unico, allora è una finzione. Perché un mercato vero non funziona a geometria variabile, non cambia in base alla nazionalità di chi compra.
Qui siamo davanti a un doppiopesismo evidente. E anche a qualcosa di più profondo: una distorsione sistemica che penalizza chi le regole prova a rispettarle davvero. Perché poi il messaggio è chiarissimo: puoi essere competitivo quanto vuoi, puoi avere una strategia industriale solida, ma se entri nel cortile di qualcun altro, il gioco si ferma.
E allora diciamolo senza ipocrisie: questa non è Europa. È una somma di interessi nazionali travestiti da mercato. E ogni volta che un’operazione come questa rischia di saltare per pressione politica, non perdiamo solo un deal. Perdiamo credibilità.
La domanda finale resta lì, sospesa: quanto può reggere un mercato che vale solo per alcuni?

