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Esteri
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Proprio dall’elezione di Hugo Chávez iniziò in America Latina quel fenomeno che i media hanno genericamente definito dell’“ondata a sinistra”. Alcuni paesi, però, hanno sempre mantenuto governi moderati. E nella stessa ondata a sinistra si possono agevolmente distinguere da una parte alcuni presidenti più radicali, il cui governo si è proposto di realizzare riforme istituzionali ed economiche tali da configurare quella fuoriuscita dal capitalismo che è stata variamente definita “socialismo del XXI secolo”; dall’altra, governi che invece si sono mantenuti su un approccio di tipo socialdemocratico. Questi ultimi, però, a loro volta distinguibili tra alcuni che hanno cercato un buon rapporto con Chávez volto anche ad affermare un’indipendenza dagli Stati Uniti, pur mantenendo con Washington rapporti complessivamente buoni; e altri che invece hanno continuato a mantenere con Washington un asse privilegiato.

Dopo il 2008, l’arrivo alla Casa Bianca di Barack Obama ha favorito la convergenza dei governi pro-Washington sia di destra che di sinistra in un blocco che tra 2011 e 2012 si è formalizzato nella cosiddetta Alleanza del Pacifico. Dal 2005 avevano iniziato ad aggregarsi nell’Alba (l’Alleanza bolivariana per le Americhe) i paesi dell’asse chavista, oltre a una pletora di clienti caraibici attratti più dalle elargizioni di petrolio e petroldollari di Chávez che non dall’ideologia. Mentre il blocco che potremmo definire “lulista” ha finito per coincidere a un certo punto con il Mercosur, già esistente dal 1991. La situazione però ha continuato a evolvere. Se nessun paese del Mercosur ha mostrato interesse per l’Alba, in compenso il Venezuela di Chávez aveva trattato un’adesione al Mercosur che è stata a lungo bloccata dal Senato del Paraguay, ma si è poi risolta nel momento in cui lo stesso Paraguay è stato sospeso in seguito alla destituzione del presidente Lugo. La mossa è d’altronde venuta in un momento di triplo indebolimento di Chávez. Personale: per la sua malattia. Economico: per la crisi che ha frenato il Venezuela nel momento in cui il resto dell’America Latina conosceva un boom. Geopolitico: per le evoluzioni del quadro internazionale che hanno scombussolato i suoi riferimenti extra-americani. In qualche modo, però, Chávez avrebbe aumentato la propria capacità di influire a livello regionale, se fosse stato in grado di gestire fisicamente la situazione. D’altra parte, una tendenza generale alla convergenza su basi sempre meno ideologiche e sempre più pragmatiche è dimostrata dal decollo di nuove entità regionali come l’Unasur e la Celac.

Proprio perché l’effetto Chávez era ormai in fase di graduale riassorbimento, le conseguenze della sua scomparsa potrebbero non essere rilevanti a livello regionale. Neanche per il Brasile, che comunque è una potenza emergente capace di giocare come attore globale, e la cui strategia di diversificazione energetica ha reso relativamente poco dipendente dal petrolio venezuelano. Ci sono però i “clienti caraibici”, che certamente avvertirebbero il venir meno di un sussidio da 7 miliardi di dollari in petrolio all’anno (di cui 3,6 a Cuba). E ci sono due paesi che si sono trovati in un’ideale linea di faglia.

Per la Colombia, si tratta di una faglia a un tempo ideologica e geografica, che parte dal fenomeno Farc: un movimento di guerriglia abbastanza radicato da sopravvivere alla fine della guerra fredda, ma allo stesso tempo largamente impopolare nell’opinione pubblica colombiana, e tale da contagiare di questa impopolarità l’immagine stessa della sinistra. Per questo la Colombia è stata l’unico paese del Sudamerica che l’“ondata a sinistra” non ha lambito. Proprio il paese più lontano da Chávez dal punto di vista ideologico è però ai confini del Venezuela, e ad esso largamente connesso da storici legami economici e culturali. A parte il richiamo alla Grande Colombia di Simón Bolívar, per Chávez la Colombia rappresentava uno sbocco sul Pacifico essenziale per il progetto di un oleodotto in grado di esportare petrolio in Cina senza passare per il canale di Panama, e recidere così la dipendenza dal mercato statunitense. Troppo forti per essere debellate e troppo deboli per prendere i potere con le armi, le Farc erano però un referente ideologico dell’area ideologica cui Chávez faceva riferimento. Per tutta la durata della presidenza di Álvaro Uribe Vélez, dunque, Chávez ha continuato a oscillare tra momenti di cooperazione con il presidente colombiano e momenti di rottura. Nel 2008 l’uccisione da parte delle Forze armate colombiane di un leader delle Farc in territorio ecuadoriano portò a una prima crisi diplomatica. Le accuse sulla presenza delle Farc in territorio venezuelano portarono poi nel 2009 a una guerra commerciale e nel 2010 a una nuova crisi.

Paradossalmente, fu però proprio questa tempesta a portare alla successiva schiarita. Da una parte, infatti, il crollo dell’interscambio fece capire che il danno economico sarebbe stato irreparabile per entrambi i paesi. Dall’altra, proprio le gravi sconfitte subite dalle Farc chiarirono a Chávez che non potevano essere più un attore sul quale puntare. Fu importante l’insediamento del nuovo presidente colombiano Juan Manuel Santos, dal momento che la questione con Uribe era ormai diventata personale. Il 7 agosto 2010 Santos si insediò; il 10 agosto si vide con Chávez. Mentre la Colombia cessava di accusare il Venezuela di sostenere le Farc, il Venezuela collaborò alla cattura ed estradizione di alcuni dirigenti delle stesse Farc: una mossa in larga misura simbolica, ma tale comunque da mettere le stesse Farc sotto ulteriore pressione. Proprio la mediazione di Chávez fece infine partire il nuovo negoziato tra governo colombiano e Farc iniziato lo scorso settembre e tuttora in corso. Benché duramente criticato dal suo predecessore Uribe, Santos diceva ormai da tempo che Chávez era diventato un elemento di stabilità. Il timore minimo è che il venir meno della mediazione di Chávez rallenti il processo di pace. Il timore intermedio è che un successore radicalizzato possa riprendere a puntare su una vittoria militare delle Farc. Il timore massimo è una guerra civile in Venezuela.

L’Argentina si trova invece in un’altra area geografica, ma in cui la faglia è ideologica, per il parallelismo tra i due libertadores Bolívar e San Martín e quello tra lo stesso Chávez e Perón. E se la complessità sociale ed economica dell’Argentina la colloca su un versante più moderato, allo stesso tempo la gravità della crisi economica del 2001-02 ha proiettato il governo dei Kirchner su posizioni più radicali di quelle sperimentate in Brasile e Uruguay. È vero: in Argentina non ci sono stati gli esperimenti costituzionali dei paesi “bolivariani”. Tuttavia verso di essi tende sempre di più ad esempio il linguaggio della Presidenta verso i media, e anche certe leggi che lo hanno accompagnato. Per non parlare del recente accordo con l’Iran per l’indagine in comune su un attentato antiebraico che era avvenuto a Buenos Aires nel 1994, che era stato dalla magistratura argentina attribuito ai servizi iraniani, e che ha tolto di mezzo un ostacolo ai rapporti con quello che per Chávez era un alleato strategico.

Chávez non solo ha finanziato le campagne elettorali dei Kirchner, come evidenziato dal caso dei 790.550 dollari non dichiarati trovati nella valigia dell’imprenditore statunitense-venezuelano Guido Antonini Wilson, sequestrata il 4 agosto 2007 all’aeroporto di Buenos Aires Ha anche acquistato i bond argentini che dopo il default non erano ormai più collocabili sul mercato, oltre a sostituire il suo import a quelli di Colombia e Usa e a fornire con la Pdvsa assistenza tecnica dopo la rinazionalizzazione della Ypf. Inoltre, la sponda con Caracas serviva all’Argentina per riequilibrare il rapporto con il Brasile all’interno del Mercosur. Certo: Argentina e Venezuela condividevano anche un’inflazione a due cifre, che ne fa due mine vaganti in un quadro regionale per il resto di relativa bonanza economica.

Di Maurizio Stefanini per l'Ispi

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