Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Esteri » Iran, il generale Rossi: “Accordo entro aprile? Difficile crederci, ecco cosa sta succedendo davvero e perché l’Europa resta immobile”

Iran, il generale Rossi: “Accordo entro aprile? Difficile crederci, ecco cosa sta succedendo davvero e perché l’Europa resta immobile”

Il Generale Domenico Rossi analizza ad Affaritaliani le tattiche di Teheran: perché la vittoria di Trump è solo parziale e l’Europa resta immobile

Iran, il generale Rossi: “Accordo entro aprile? Difficile crederci, ecco cosa sta succedendo davvero e perché l’Europa resta immobile”
Il Generale Domenico Rossi, ex Sottosegretario di Stato al Ministero della difesa

USA-Iran, il Generale Rossi: “L’accordo di Trump è un rebus, l’Europa non può agire senza mandato”

Mentre la tensione attorno allo Stretto di Hormuz torna a salire e le dichiarazioni di Donald Trump oscillano tra l’ottimismo per un accordo imminente e la pressione militare, il confronto tra Washington e Teheran scivola in una fase di estrema ambiguità, sospesa tra una logorante guerra asimmetrica e una diplomazia sotterranea ancora tutta da decifrare. Sullo sfondo, il controllo delle rotte energetiche globali e la sicurezza dei transiti marittimi restano i nodi centrali di uno scontro che minaccia di destabilizzare l’intera architettura economica mondiale.

Le parole del presidente americano – che evoca una possibile intesa entro fine aprile parlando di un processo di mediazione già avviato – sollevano interrogativi cruciali: siamo davvero vicini a una svolta diplomatica o si tratta dell’ennesima ennesima bugia propagandistica, volta a mascherare le difficoltà negoziali? E in un teatro operativo così infiammato, quale ruolo può ancora giocare l’Europa per evitare che la crisi sfoci in un conflitto aperto dalle conseguenze imprevedibili?

A fare chiarezza è il Generale Domenico Rossi, già sottosegretario alla Difesa e profondo conoscitore delle dinamiche geopolitiche e militari, che ad Affaritaliani analizza con lucidità la complessità del teatro mediorientale, le reali potenzialità belliche in campo e la fragilità dei percorsi negoziali in corso.

Donald Trump parla di un possibile accordo con l’Iran entro fine aprile. Si tratta di una scadenza credibile?

“Dobbiamo innanzitutto considerare che è stato avviato un canale bilaterale con la mediazione del Pakistan. La narrazione attuale è parziale perché potremmo interpretare i recenti sviluppi come un fallimento, oppure — come credo sia più corretto fare — vederli come parte di un processo complesso. Un accordo di tale portata non si raggiunge mai in un unico incontro, ma è sempre il frutto di una mediazione prolungata e di un costante confronto diplomatico.

Oggi, i reali esiti di questo primo round e l’effettiva tenuta del percorso negoziale sono noti solo ai due attori principali, ovvero gli Stati Uniti e l’Iran. Di conseguenza, l’ottimismo espresso dal Presidente Trump risulta al momento difficilmente giudicabile dall’esterno, poiché non conosciamo né i risultati concreti ottenuti finora, né quali siano gli obiettivi minimi che i due contendenti ritengono sufficienti per poter effettivamente concludere l’accordo”.

Lo Stretto di Hormuz resta il nodo centrale. Un piano europeo senza il supporto degli Stati Uniti è davvero realizzabile sul piano operativo?

“Credo che la risposta debba essere inserita in un contesto ben preciso: nessuno può operare nello Stretto di Hormuz senza un mandato di carattere internazionale che conferisca legittimità a una missione. La sicurezza del rifornimento energetico globale interessa decine di nazioni, rendendo indispensabile una cornice giuridica condivisa che giustifichi l’intervento.

Una volta ottenuta tale legittimità e un mandato chiaro, l’Europa — o una parte dei paesi europei — potrebbe certamente partecipare all’operazione. Tuttavia, senza questo presupposto, difficilmente vedremo movimenti significativi per il semplice motivo che Hormuz rimane un teatro di guerra dove non esiste ancora una tregua strutturata. Nessun governo europeo accetterebbe di intraprendere una missione che potrebbe essere interpretata da Teheran come un atto di ostilità diretta”.

In questo scontro tra Washington e Teheran, chi sta ottenendo i maggiori vantaggi strategici e geopolitici?

“Siamo di fronte a uno scontro tra soggetti con potenzialità reali profondamente asimmetriche, con la capacità offensiva della potenza americana contrapposta a quella iraniana. Teheran, consapevole di non poter competere sul piano convenzionale, ha sviluppato una strategia volta a colpire indirettamente gli interessi strategici nel Golfo, mirando a quei paesi che influenzano l’economia mondiale. Si tratta di una sorta di sfida globale che mira a far pressione su Trump affinché interrompa la sua azione, dimostrando che l’offensiva americana si ritorce negativamente sulla stabilità economica di tutto il mondo.

In questo contesto è difficile stabilire quali obiettivi strategici definitivi siano stati raggiunti. L’Iran ha certamente dimostrato di possedere ancora una potenzialità capace di influire non solo sul corso del conflitto, ma direttamente sull’economia globale e, di riflesso, sulla continuazione stessa delle ostilità. Da parte americana sono stati raggiunti successi tattici importanti, come la riduzione della forza aerea, marittima e missilistica iraniana, ma resta l’incognita sulla capacità residua di Teheran di lanciare missili e droni. Questi ultimi, in particolare, non necessitano di sistemi di lancio evoluti e possono essere facilmente occultati, rappresentando una minaccia asimmetrica difficile da rintracciare e neutralizzare completamente”.

LEGGI TUTTE LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI