Scacco a Hormuz e minacce alle centrali: il Generale Rossi svela i rischi del nuovo fronte iraniano
Mentre le minacce di Donald Trump contro le infrastrutture strategiche iraniane riaccendono lo spettro di un conflitto totale e lo scontro per il controllo dello Stretto di Hormuz rischia di paralizzare l’economia globale, il braccio di ferro tra Washington e Teheran entra in una fase critica. Tra l’ipotesi di operazioni terrestri mirate, come l’occupazione dell’Isola di Kharg, e l’imposizione di nuovi regimi di transito marittimo, il confronto si sposta su un terreno di altissima pericolosità strategica, dove ogni mossa può innescare una reazione a catena in tutto il Medio Oriente.
Le dichiarazioni del presidente americano e la persistente capacità offensiva del regime iraniano sollevano interrogativi urgenti: quanto è reale il rischio di un’escalation che porti a un’occupazione territoriale? La comunità internazionale ha davvero gli strumenti per garantire la libertà di navigazione in uno dei corridoi energetici più caldi del pianeta? E quanto pesano, in questo scenario, le strategie di difesa sotterranea e la resilienza militare di Teheran?
A fare chiarezza è il Generale Domenico Rossi, già sottosegretario alla Difesa e profondo conoscitore delle dinamiche geopolitiche e militari, che ad Affaritaliani analizza la complessità della crisi e i possibili sviluppi sul campo: “La campagna aerea non ha raggiunto l’obiettivo strategico auspicato. Un’operazione terrestre segnerebbe una rottura qualitativa del conflitto, trasformandolo radicalmente senza necessariamente risolverlo”.
Alla luce delle minacce di Donald Trump contro le infrastrutture strategiche iraniane, quanto è realistico uno scenario di ulteriore escalation diretta tra Stati Uniti, Israele e Iran?
“Sul piano militare, la campagna aerea e missilistica condotta da Stati Uniti e Israele ha prodotto danni rilevanti, ma non ha ancora raggiunto l’obiettivo strategico sperato. Il regime appare infatti saldo e non si intravedono spazi concreti per un cessate il fuoco immediato, né la presenza di un interlocutore negoziale credibile.
In questo scenario, un’ulteriore opzione potrebbe essere un’operazione di terra mirata, come l’occupazione dell’isola di Kharg, snodo vitale per le esportazioni energetiche iraniane. Tale mossa segnerebbe una rottura qualitativa del conflitto: non sarebbe una semplice estensione dei raid aerei, ma l’occupazione di territorio sovrano, superando così una linea di demarcazione assoluta. Le conseguenze più probabili sarebbero l’innesco di una guerra asimmetrica ravvicinata, l’aumento degli attacchi contro le infrastrutture del Golfo e un allargamento regionale della crisi. Sebbene questa scelta modificherebbe radicalmente la traiettoria della guerra, la ritengo poco realistica poiché trasformerebbe il conflitto senza risolverlo”.
Le stime dell’intelligence indicano che una parte significativa dell’arsenale iraniano è ancora operativo: quanto è davvero compromessa la capacità offensiva di Teheran e quali rischi immediati comporta per Israele e la regione?
“Uno degli aspetti più rilevanti è la capacità dell’Iran di continuare a impiegare droni e missili a un ritmo superiore alle attese. Valutare quanto il potenziale bellico sia stato effettivamente compromesso è difficile, date le dichiarazioni spesso contrastanti di Washington, Tel Aviv e Teheran.
Tuttavia, la continuità dei lanci suggerisce che la preparazione iraniana successiva alla “guerra dei 12 giorni” sia stata più efficace del previsto. La dispersione dei sistemi, la produzione sotterranea e una gestione delle risorse orientata alla lunga durata permettono a Teheran di mantenere una capacità di ritorsione molto più persistente di quanto ipotizzato all’inizio delle ostilità”.
Il tentativo dell’Iran di imporre un nuovo regime sullo Stretto di Hormuz può trasformarsi in uno strumento di pressione strutturale sull’economia globale? E quali contromisure sono praticabili dalla comunità internazionale?
“L’Iran è consapevole da tempo di avere in mano un’arma strategica fondamentale: lo Stretto di Hormuz. Attualmente lo utilizza come un “choke point” controllato, garantendo un passaggio selettivo alle rotte commerciali ma mantenendole sotto costante minaccia. L’obiettivo è esercitare una pressione strutturale sull’economia globale per costringere USA e Israele a interrompere le operazioni.
Quanto alle contromisure, solo l’ONU potrebbe dare mandato a una missione di salvaguardia — coinvolgendo la già formata Coalizione Internazionale di Sicurezza di oltre 40 Paesi — per garantire il libero flusso attraverso lo sminamento e le scorte navali. Va ricordato che le principali potenze occidentali e il Giappone hanno già condannato fermamente il blocco iraniano, definendolo una violazione del diritto internazionale e della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS)”.

