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Iran, perché Trump ha deciso di attaccare proprio adesso?

Solo poche ore prima dell’inizio delle operazioni, Donald Trump aveva dichiarato di non aver ancora preso una decisione definitiva, pur criticando apertamente l’atteggiamento negoziale di Teheran

Iran, perché Trump ha deciso di attaccare proprio adesso?

Dalla diplomazia ai bombardamenti: come si è arrivati all’attacco contro l’Iran

L’operazione militare contro l’Iran non è stata una decisione improvvisa. Dietro l’annuncio notturno del presidente americano si è mosso un percorso fatto di negoziati falliti, pressioni crescenti e un progressivo rafforzamento militare nell’area mediorientale.

Il fallimento dell’ultima trattativa

Secondo quanto ricostruito da CNN, la Casa Bianca avrebbe tentato fino all’ultimo una soluzione diplomatica. Gli inviati statunitensi avrebbero cercato di accelerare un’intesa che imponesse a Teheran concessioni sostanziali sul programma nucleare.

Il punto di rottura sarebbe stato la richiesta americana di uno smantellamento totale del programma atomico iraniano — una condizione che la Repubblica islamica ha sempre respinto come inaccettabile. Nelle ore precedenti all’attacco, tuttavia, il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, avrebbe riferito di una disponibilità iraniana a smantellare almeno le scorte di uranio arricchito. Un’apertura che però non è bastata a fermare l’escalation.

La pressione militare cresceva già da settimane

Mentre sul tavolo si discuteva, sul terreno si preparava un’altra opzione. Come riportato da Associated Press, gli Stati Uniti avevano concentrato in Medio Oriente la più imponente presenza navale degli ultimi anni, con due gruppi d’attacco guidati da portaerei.

Parallelamente, Washington aveva disposto l’evacuazione del personale non essenziale da diverse basi nella regione, segnale evidente di un possibile deterioramento dello scenario. La mossa più significativa è stata lo spostamento della USS Gerald Ford, la più moderna portaerei americana, che a gennaio operava vicino al Venezuela e che nelle ultime settimane è stata trasferita verso il Golfo insieme alla sua flotta di supporto.

Nell’area era già presente la USS Abraham Lincoln, appartenente alla generazione precedente di superportaerei. La compresenza delle due unità ha rappresentato un chiaro segnale di deterrenza — o di preparazione a un’azione su larga scala.

Perché le portaerei contano

L’ampiezza del dispositivo militare aveva sollevato interrogativi tra gli analisti. Michael O’Hanlon, del Brookings Institution, aveva osservato che un attacco mirato esclusivamente agli impianti nucleari avrebbe potuto essere condotto con bombardieri strategici B-2, senza un dispiegamento navale così massiccio.

La presenza di due gruppi d’attacco lasciava invece presagire un’operazione più ampia e potenzialmente prolungata. E infatti, poche ore dopo l’arrivo della Ford al largo di Israele, l’offensiva è cominciata.

L’annuncio nella notte americana

Solo poche ore prima dell’inizio delle operazioni, Donald Trump aveva dichiarato di non aver ancora preso una decisione definitiva, pur criticando apertamente l’atteggiamento negoziale di Teheran. Poi, nella notte negli Stati Uniti (all’alba in Italia), il presidente ha diffuso un videomessaggio sulla piattaforma Truth Social:

“Abbiamo iniziato una grande operazione in Iran. L’obiettivo è difendere gli americani eliminando minacce imminenti del regime”.

Trump ha giustificato l’attacco sostenendo che ogni tentativo di accordo era fallito a causa del rifiuto iraniano di abbandonare le ambizioni nucleari. Ha promesso la distruzione delle capacità missilistiche del Paese e ha assicurato di aver adottato misure per minimizzare i rischi per il personale statunitense, pur ammettendo la possibilità di vittime.

Un conflitto destinato ad allargarsi?

Secondo il New York Times, citando fonti dell’amministrazione, l’operazione non si limiterà a raid circoscritti ma potrebbe proseguire per diversi giorni. Anche la CNN riferisce di una pianificazione che va oltre un singolo attacco simbolico.

Il rischio, sottolineano diversi osservatori, è che un’azione di tale portata inneschi una risposta iraniana diretta o indiretta attraverso i suoi alleati regionali, trascinando Washington in un conflitto più esteso e difficile da contenere. L’interrogativo ora non è più se l’escalation continuerà, ma fino a che punto gli Stati Uniti intendano spingersi — e quale sarà il prezzo strategico di questa scelta.